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Ecco le carte truccate del Cremlino | L’analisi di Paolo Garimberti

Paolo Garimberti su Repubblica parla di ‘carte truccate del Cremlino’: “Quando si è svolto l’ultimo, infruttuoso incontro trilaterale a Ginevra scrive l’editorialista – il capo delegazione russo Vladimir Medinsky si è rivolto alla squadra ucraina con tono sarcastico chiedendo perché non parlassero in russo anziché in ucraino, ‘una lingua che non esiste’.

Nella sprezzante battuta di Medinsky è riassunto il passato, il presente e il futuro di quella che i russi si ostinano a chiamare «operazione militare speciale» nonostante sia entrata nel quinto anno di combattimenti militari e sofferenze civili, diventando il conflitto più lungo e sanguinoso sul suolo europeo dalla seconda guerra mondiale.

Ancora ieri il Cremlino ha truccato le carte con la sua sfrontata portavoce Maria Zakharova, la quale ha addirittura accusato l’Ucraina di aver violato il Memorandum, rinunciando alla sua neutralità. E ha ribadito che la Russia continuerà «l’operazione militare speciale» finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi: soggiogare l’Ucraina e annientarne l’identità statale.

Ha ragione il presidente ucraino nell’intervista concessa al Financial Times nell’anniversario dell’invasione: «La Russia si prende gioco di Trump e del mondo intero».

Per Putin l’Ucraina è un’ossessione, il primo tassello delle sue ambizioni imperiali, del sogno di ricostituire almeno in parte l’Urss (la cui fine definì «la più grande tragedia geopolitica della Storia»), del desiderio di non essere più considerato uno junior partner della Cina.

Putin conta su Trump, sulla sua voglia smodata di un premio Nobel e soprattutto di non perdere voti alle elezioni di novembre, perché faccia pressioni su Zelensky costringendolo a una pace onerosa.

Zelensky, per ragioni uguali e opposte, teme Trump. Perciò ha bisogno di garanzie e le chiede soprattutto all’Unione europea: «Voglio una data per l’ingresso nella Ue», ha detto nell’intervista.

Ieri l’Europa era presente a Kiev ma a mani vuote: i filo-Putin, l’ungherese Orbán e lo slovacco Fico hanno bloccato il nuovo pacchetto di sanzioni e soprattutto il prestito di 90 miliardi di euro indispensabili per la sopravvivenza dello Stato ucraino.

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