La proposta sembra fatta apposta per avviare accese discussioni: imporre una sorta di vincolo di portafoglio ai fondi pensione e alle casse previdenziali.
Non più, come un tempo, a beneficio di investimenti pubblici, ma per finanziare piccole e medie imprese, l’architrave del nostro tessuto produttivo.
In sostanza, una quota minima di attivi dovrebbe essere investita in Pmi italiane da parte di fondi pensione e casse previdenziali.
La tentazione di essere ideologici – niente obblighi, espressione di dirigismo – è giustificata.
Provo comunque a resistere e argomentare più in dettaglio.
L’obiettivo di aumentare il risparmio investito nella media impresa italiana è condivisibile.
I livelli di impiego sono talmente bassi che è probabile che siamo in un equilibrio subottimale.
Ma l’approccio “vincolista” affronta i sintomi e ha evidenti controindicazioni.
In primis, limitare il vincolo alle sole azioni italiane e non europee presenta un’asimmetria poco accettabile, in epoca di auspicata capital market union.
È poi difficile obbligare a investire in azioni chi esprimesse preferenze per profili molto prudenti, magari per motivi di equilibrio con le passività previdenziali.
Le imprese, inoltre, il capitale devono meritarselo, remunerandolo adeguatamente.
Perché investire nelle non poche medie aziende che ad esempio non adottano standard di governance adeguati?
Un’ondata di liquidità improvvisa infine – se non ben gestita – potrebbe creare bolle valutative.
Come rimuovere con altri mezzi questo sotto investimento?
Lo spiazzamento creato da altre forme di investimento, fiscalmente avvantaggiate, è tra le cause del sotto investimento.
Certo, vi sono i PIR ma il loro meccanismo pecca di massa critica e finisce per incentivare ogni investimento incluso nel PIR, compresa la quota non azionaria e di grandi emittenti.
Se si vogliono incentivare gli investimenti produttivi, che senso ha tassare al 12% i bond pubblici, al 16% la rivalutazione dell’azionario non quotato e al 26% i dividendi e ritorni azionari delle piccole imprese EGM?
Adottare una sola aliquota fiscale – in qualche forma sostenibile dalla finanza pubblica, ovviamente – oppure allineare i proventi delle azioni EGM a quelli dei bond pubblici al 12% potrebbero essere le vie da percorrere.
Certo il fisco non basta, perché deve aumentare “la cultura equity” nel medio-lungo periodo.
Su questo, la moral suasion dei supervisori ha la sua influenza nel corso del tempo.
Non a caso, il governatore Panetta nelle sue recenti considerazioni finali ha sottolineato il basso grado di investimenti in venture capital di fondi pensione e compagnie di assicurazione.
Un mix di meccanismi hard e messaggi soft sembra dunque la strada migliore per incrementare l’allocazione di capitale di rischio alla media impresa italiana.








