Luca Ricolfi sul Messaggero parla della condizione giovanile (partendo dalla protesta degli universitari per il caro affitti) e sottolinea che c’è “anche una ragione più profonda per cui, quando il discorso cade sulla condizione giovanile, è difficile assumere una posizione netta, e tantomeno sparare giudizi intransigenti o inappellabili.
Il fatto è che, sulla condizione giovanile, convivono in Italia due racconti apparentemente opposti, ma entrambi fondati.
Il primo racconto osserva che in nessuna altra epoca è stato così alto il numero di giovani che possono permettersi di non fare nulla: né studio, né lavoro, né addestramento a un lavoro.
In nessuna epoca del passato è stato possibile posticipare così a lungo l’ingresso nel mondo del lavoro (i cosiddetti Neet).
Il secondo racconto – sottolinea Ricolfi – osserva che mai, nella storia repubblicana, sono state così poche, e così inadeguate alle aspirazioni, le occasioni di lavoro.
Troppi posti di lavoro sono precari o sottopagati.
Troppo incerte e modeste sono le possibilità di avanzamenti.
Troppo forte è la tentazione di cercare all’estero quel che non si riesce a trovare in Italia.
Di qui nascono i contro-stereotipi che descrivono i giovani nel registro vittimistico: sfruttati, emarginati, precarizzati, derubati del futuro.
Il fatto interessante è che entrambi gli stereotipi, quello di una generazione viziata e quello di una generazione vittima, posseggono qualcosa di più che un semplice “fondo di verità”.
Ma c’è di più. I due stereotipi non solo sono entrambi a loro modo veritieri, ma sono strettamente connessi, perché hanno una radice comune.
Se i giovani non trovano lavoro e (in tanti) possono permettersi di non cercarlo è anche perché, negli ultimi 60 anni, le generazioni immediatamente precedenti hanno radicalmente cambiato i propri modelli culturali.
Al posto dell’etica del lavoro, del risparmio, dei sacrifici, dell’emancipazione attraverso la cultura, si sono affermati modelli di vita opposti, basati sul consumo, il tempo libero, il primato dell’autorealizzazione, l’iper-protezione di figli e allievi, il diritto al successo formativo.
È questo che, a un certo punto, ha fermato la crescita.
È questo che ha bloccato l’ascensore sociale.
È per questo – conclude – che i due stereotipi, quello del giovane viziato e quello della giovane vittima, non sono l’uno vero e l’altro falso, ma facce della medesima identica medaglia”.








