Il licenziamento collettivo annunciato a Marghera dall’azienda InvestCloud – 37 lavoratori sostituiti, secondo la motivazione aziendale, da sistemi di intelligenza artificiale – è una vicenda che colpisce e che interroga istituzioni, imprese, rappresentanze sindacali. Il lato umano della vicenda è ciò che più ci assilla: 37 persone vedono interrompersi dall’oggi al domani il proprio rapporto di lavoro e, insieme alle loro famiglie, cadono nella precarietà esistenziale. A loro va la nostra solidarietà e il nostro sostegno, insieme alla richiesta alle istituzioni che ogni percorso di tutela venga attivato per difendere i loro diritti e il loro reddito.
L’intelligenza artificiale è ancora poco diffusa nel nostro sistema produttivo. Secondo l’Istat, infatti, solo il 16,4% delle imprese oltre i io addetti la utilizza. Il paradosso è che la principale barriera all’adozione dell’IA non è la tecnologia, ma la mancanza di competenze. Quasi il 60% delle aziende che hanno valutato investimenti in IA senza poi realizzarli ha indicato l’assenza di personale adeguatamente formato come motivo principale dello stop. Mentre i casi di cronaca raccontano il rischio della sostituzione del lavoro umano, il sistema produttivo continua in larga parte a non utilizzare le potenzialità dell’innovazione perché mancano lavoratori preparati a gestirla.
La domanda da porsi, allora, non è se fermare l’intelligenza artificiale: sarebbe totalmente illusorio. La trasformazione è già in atto e rappresenta una delle leve decisive per affrontare bassa crescita della produttività e calo demografico, che in molti territori e settori sta già riducendo la disponibilità di forza lavoro. Il punto è un altro: governare insieme la trasformazione.
Il caso di Marghera dimostra cosa accade quando questi processi sono gestiti in modo unilaterale. In queste condizioni l’IA rischia effettivamente di essere fattore di marginalizzazione. Tali situazioni vanno affrontate con il confronto e la contrattazione, cercando tutte le soluzioni possibili per impedire che la transizione tecnologica diventi una scorciatoia per licenziare. A livello internazionale è evidente la necessità di regole più forti, perché il dominio delle grandi piattaforme sta già concentrando potere economico e capacità di controllo senza precedenti. L’Europa ha fatto un passo avanti con l’AI Act, ma il suo impianto resta fortemente centrato sulla tutela del consumatore e meno su quella del lavoratore. Nel nostro Paese occorre un’intesa che coinvolga istituzioni, imprese e rappresentanze del lavoro.
L’Italia ha bisogno di un programma nazionale – potremmo chiamarlo “Industry IA” – che sostenga l’adozione delle IA soprattutto nelle piccole e medie imprese. Ma con una condizione chiara: per ogni euro speso in tecnologia deve esserne investito almeno uno in formazione. L’IA, infatti, funziona al meglio quando amplifica le competenze delle persone e non certamente quando si propone di sostituirle. La seconda leva è la partecipazione. L’introduzione degli algoritmi cambia l’organizzazione del lavoro, ridefinisce competenze, responsabilità e produttività.
Servono strumenti di governance condivisa: organismi bilaterali tra imprese e rappresentanze dei lavoratori che valutino preventivamente l’impatto delle nuove tecnologie, definiscano i fabbisogni professionali, programmino la formazione e condividano i benefici dell’incremento della produttività. Infine, è indispensabile dotarci di politiche attive capaci di accompagnare concretamente le transizioni occupazionali. Il caso di Marghera non deve diventare il simbolo della “modernizzazione” che non ci piace, quella senza responsabilità sociale. Deve essere, invece, l’occasione per aprire una stagione diversa, con migliori relazioni industriali, più apprendimento, maggiore corresponsabilità. Solo così l’intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento di progresso, capace di rafforzare il valore del lavoro e la coesione della nostra società.








