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Con i gas serra serve ecoadattamento | L’intervento

Intervento di Carlo Pelanda, economista

Eco-aggiornamento.

Secondo i dati recenti e le annotazioni informali degli stessi scienziati che credono alla soluzione decarbonizzante, per limitare l’emissione dei gas serra che producono il riscaldamento globale si ipotizza che sarà già difficile contenere l’aumento delle temperature nel pianeta entro la soglia di 1,5 gradi verso la fine del secolo.

L’analisi della situazione internazionale corrobora tale ipotesi.

Solo l’Unione Europea ha un programma di decarbonizzazione rapida basato su un sistema di divieti.

Gli Stati Uniti invece la perseguono attraverso una politica di incentivi e non seguendo la strada dei divieti sistemici, un fatto che fa prevedere facilmente un’inerzia prolungata dell’utilizzo delle fonti fossili.

Lo stesso può dirsi della Cina, malgrado l’importante il programma per le centrali nucleari.

Le nazioni emergenti, inoltre, saranno ancora più lente nel ridurre le emissioni di gas serra.

Da un lato, dunque, ci sarà un’evoluzione globale verso l’energia pulita.

Dall’altro, questa sarà più lenta del cambiamento climatico.

Inoltre, c’è una quantità di ricercatori che non è convinta che i gas serra siano l’unica causa del riscaldamento.

Altri ancora sostengono che l’aumento di 1,5 gradi comunque produrrebbe cambiamenti ambientali significativi.

Al momento, in uno scenario che resta mobile, appare razionale segnalare l’urgenza di investire sulle tecnologie e i grandi lavori di ecoadattamento, studiandoli per predisporli in tempo utile.

 Un dato di realtà registrato recentemente è l’accelerazione del cambiamento climatico che impatta su territori adattati a condizioni diverse e per questo ora vulnerabili: fenomeni atmosferici estremi sempre più ricorrenti, siccità in zone precedentemente idratate, aumento del livello del mare e così via.

Cosa significa ecoadattamento?

Si pensi ad una sorta di ri-terraformazione via mega-infrastrutture.

Per esempio, l’aumento del livello del mare, per scioglimento dei ghiacci, potrebbe tra decenni rendere inabitabili le zone costiere e i delta fluviali dove vive circa il 70% della popolazione mondiale.

Due le opzioni: l’abbandono o un nuovo ambiente costruito con barriere e rialzi.

La prima comporta migrazioni catastrofiche e disastri economici per la perdita di valore di terreni e attività: due soluzioni insostenibili.

La seconda implica la costruzione di ambienti artificiali che permettano la viabilità dei sistemi umani nonostante il cambiamento dell’ambiente naturale: appunto, l’ecoadattamento.

 I costi sarebbero enormi – forse motivo per cui i governi tendono a comunicare la meno impegnativa decarbonizzazione anche se di esito incerto – ma potrebbero essere demoltiplicati da programmi di lungo termine combinati in modo sistemico con altri.

Così come le aree a rischio di desertificazione potrebbero mitigarlo avviando progetti graduali di sostituzione dell’acqua dolce mancante con dissalatori.

Lo stesso dicasi per la climatizzazione artificiale delle abitazioni e parti delle città.

Il punto: il cambiamento climatico è rapido, ma lascia tempi sufficientemente lunghi per adattamenti di ecologia artificiale finanziariamente sostenibili.

Se si inizia presto a studiarli e programmarli.

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