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Come funzionano le mine anti-nave con cui Iran minaccia lo Stretto di Hormuz | L’analisi

Quello delle mine anti-nave per chiudere lo Stretto di Hormuz è uno spettro che torna ad affacciarsi sulla base di notizie di intelligence sulle intenzioni degli iraniani.

Intenzioni che si scontrano con il fatto che solo negli ultimi giorni gli Usa hanno affondato almeno 16 navi posamine o anche solo semplicemente sospettate di attività di posa mine.

E per quanto possa bastare una qualunque nave per posare le mine, la marina iraniana non avrebbe grandi mezzi per creare campi minati in mare.

In ogni caso, Teheran ha negli arsenali almeno 5-6.000 mine anti nave di varie tipologie.

Gli ordigni possono essere piazzati a varie profondità ancorati a catene più o meno lunghe oppure essere visibili a fior d’acqua e usate anche per ‘indirizzare’ le navi in settori ben precisi.

Con una quantità di esplosivo compresa fra i 150 e i 1.000 chili, sono attivate da sensori, non per contatto.

La mina “sente” le variazioni di campo magnetico, di pressione idrostatica, e i rumori prodotti dalle eliche, può analizzare la rotta e velocità delle navi.

Questi rilievi si confrontano con i dati memorizzati precedentemente e permettono all’arma di “decidere” se e cosa attaccare.

Il software comprende un calendario, programmabile affinché l’ordigno sia eventualmente operativo in un determinato lasso temporale, ovvero si disattivi automaticamente dopo un certo numero di mesi/anni di attesa.

Certe mine sono addirittura autopropulse, cioè una volta individuato il bersaglio riescono ad avvicinarglisi autonomamente per aumentare gli effetti d’urto dell’esplosione.

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