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Christine Lagarde, presidente Bce, tira dritto tra inflazione domata e malumori esterni | Lo scenario

Christine Lagarde, davanti alla Commissione Affari economici dell’Europarlamento difende il suo lavoro mentre si moltiplicano le indiscrezioni avvelenate sul suo futuro.

Alza lo sguardo, sistema le carte e affonda il colpo con elegante fermezza: “Sto adempiendo al mio mandato, penso proprio di sì, e i mercati se ne accorgono”.

Tradotto: le polemiche valgono zero e i numeri mi danno ragione.

Non è un passaggio qualsiasi. Intorno alla presidente della Banca centrale europea si moltiplicano le voci di possibili dimissioni anticipate. Lei le smentisce con un mezzo sorriso, ma il brusio resta.

E allora la miglior difesa è l’attacco: i dati.

Lagarde ricorda che l’inflazione nell’Eurozona era esplosa al 10,6% nell’ottobre 2022. Un picco da cardiopalma. Oggi, invece, “ha oscillato in un range ristretto intorno al 2% nella seconda metà dello scorso anno” e a gennaio si è attestata all’1,7%.

Missione compiuta? Quasi.

“La risposta decisiva della politica monetaria della Bce ha svolto un ruolo cruciale nel riportare l’inflazione all’obiettivo”.

Quel 2% che a Francoforte è più di un numero: è un totem.

La presidente guarda avanti e si dice fiduciosa: nel medio termine l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi proprio lì.

Certo, non mancano le ombre: tensioni geopolitiche, frizioni commerciali, rischi al ribasso per la crescita e al rialzo per i prezzi.

E poi c’è un dettaglio che dettaglio non è: la percezione.

“Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento”.

È il divario tra inflazione misurata e inflazione vissuta.

E quando la spesa al supermercato sembra più cara, poco importa se l’indice armonizzato dice il contrario.

Quel gap – ammette Lagarde – ha implicazioni sulle decisioni economiche e sulla fiducia nelle istituzioni. Insomma, se le famiglie risparmiano per paura, i consumi rallentano e la crescita si assottiglia.

Da qui l’invito alla politica: comunicare meglio, spiegare di più. E investire in educazione finanziaria, seguendo la traccia del “libro blu” della Commissione.

Perché la stabilità dei prezzi, da sola, non basta se non viene capita.

Sul fondo della scena, però, scorrono altri numeri. Meno macroeconomici e più personali.

Nel 2025 Lagarde ha percepito 492.204 euro, con un aumento del 5,5% su base annua. A questi si aggiungono 143.500 euro (130.457 franchi svizzeri) dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, dove siede nel consiglio di amministrazione.

Il vicepresidente Luis de Guindos ha ricevuto 421.908 euro, in aumento rispetto all’anno precedente.

I membri del comitato esecutivo – Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel – hanno incassato 351.576 euro ciascuno, anch’essi in crescita.

In tempi di inflazione percepita e redditi reali sotto pressione, la questione non passa inosservata.

E poi c’è il bilancio.

La Bce ha chiuso il 2025 con una perdita di 1,3 miliardi di euro. Meglio dei 7,9 miliardi del 2024, ma sempre in territorio negativo.

Niente distribuzione di profitti alle banche centrali nazionali, fondo rischi azzerato già lo scorso anno, utile rimandato – se tutto va bene – al 2026 o 2027.

Il rosso non ha alcun impatto sulla politica monetaria. È un deficit puramente contabile. Non costringe a manovre correttive. È una grandezza di carta.

La Bce non è una banca commerciale: non deve compiacere azionisti né pagare dividendi per sopravvivere.

Le perdite sono il riflesso tecnico delle scelte fatte per rispettare il mandato sulla stabilità dei prezzi.

Dal 2015 Francoforte ha espanso il bilancio acquistando titoli – soprattutto bond sovrani – a tasso fisso e lunga scadenza, nell’ambito del Quantitative Easing e del programma pandemico.

Per finanziare quegli acquisti ha aumentato il volume di titoli di stato su cui paga interessi a tasso variabile.

Quando nel 2022 e 2023 i tassi sono stati alzati con decisione per spegnere l’incendio inflazionistico, il costo delle passività è salito immediatamente.

Gli interessi incassati sui titoli in portafoglio, invece, sono rimasti legati ai vecchi tassi bassi.

Ecco il cortocircuito contabile: più spese, ricavi fermi. Da qui le perdite.

Ma si tratta dell’altra faccia della medaglia: senza quegli aumenti dei tassi, l’inflazione non sarebbe rientrata. E senza gli acquisti di titoli, l’Eurozona avrebbe rischiato la frammentazione finanziaria.

Insomma, il rosso è il prezzo tecnico di una cura riuscita.

Per questo, davanti agli eurodeputati, sceglie di non arretrare.

Le voci sulle dimissioni rimbalzano nei corridoi, i compensi fanno discutere, il bilancio è in perdita. Ma il termometro dell’inflazione segna quasi 2%.

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