In un comunicato pubblicato sul proprio sito istituzionale lo scorso 9 gennaio la Federal Trade Commission, autorità che negli Usa è tra l’altro responsabile di proteggere privacy, mercati e consumatori ha lanciato un duro monito alle fabbriche degli algoritmi a stelle e strisce.
“Non esiste nessuna deroga per chi produce intelligenza artificiale rispetto alle regole del gioco, a cominciare da quelle in materia di privacy, trasparenza verso i consumatori e concorrenza”, scrive il regulator.
In particolare, a preoccupare l’autorità americana sono i fornitori di servizi “model-as-a-service” e i loro clienti.
In questi casi, secondo la Ftc, potrebbe essere elevato il rischio che i dati personali di utenti e clienti di utilizzatori professionali di servizi di AI finiscano con l’essere trattati in maniera poco o niente affatto trasparente, per proseguire l’addestramento degli algoritmi della società fornitrice del servizio.
E non ha dubbi nel qualificare un eventuale trattamento di questo genere come illecito. Suggerisce peraltro che un rischio analogo sussisterebbe in relazione a segreti industriali e informazioni confidenziali che potrebbero restare intrappolati nelle fauci degli algoritmi utilizzati dalle società clienti delle grandi fabbriche globali di AI.
L’Ftc aggiunge che chi trattasse illecitamente dati personali e/o informazioni confidenziali senza una valida base giuridica per addestrare i propri algoritmi correrebbe non solo il rischio di vedersi sanzionare e dover risarcire eventuali danni arrecati a terzi, ma anche essere destinatario di un ordine di cancellazione di dati e informazioni trattate illecitamente.
Il che, più o meno, equivarrebbe a ritrovarsi costretta a tornare alla casella di partenza, con le lancette dell’orologio riportate indietro di qualche anno e buona parte di ogni eventuale vantaggio competitivo sui concorrenti perduto per sempre. Ci sono diverse ragioni per le quali, specie da questa parte dell’oceano, non dovremmo lasciarci scivolare addosso il comunicato della Ftc.
La prima è che, almeno per il momento, Italia ed Europa sono grandi utilizzatori di servizi “model-as-a-service”, con la conseguenza che qualsiasi cosa andasse storta a casa dei fornitori dei modelli algoritmici si ripercuoterebbe immediatamente a casa nostra con un impatto enorme su ogni investimento basato sulla legittima aspettativa d’uso continuato nel tempo degli algoritmi in questione.
Ci sono verosimilmente migliaia di imprese europee che scommettono sulla solidità, anche dal punto di vista giuridico, di modelli algoritmici, su cui la Ftc sembra intenzionata ad accendere un faro e in relazione ai quali, in ogni caso, suggerisce prudenza.
La seconda è che l’intera industria globale dell’intelligenza artificiale – che la Ftc ricorda essere largamente fondata sulla possibilità di trattare grandi quantità di dati come, d’altra parte, ha di recente ammesso OpenAI nell’ambito della controversia che la vede contrapposta al New York Times – forse è più fragile di quanto non si ritenga perché semmai lo scenario più fosco tra quelli tratteggiati dall’autorità americana si realizzasse e una delle grandi società del firmamento globale dell’AI dovesse sentirsi ordinare di distruggere i propri modelli algoritmici, si registrerebbe un sisma tecno-finanziario dalle conseguenze devastanti.
Sfortunatamente, come già emerso durante la famosa azione del garante italiano nei confronti di OpenAi in relazione al servizio ChatGpt – poca cosa rispetto a algoritmi e intelligenze artificiali frattanto in circolazione – e come suggerisce l’azione promossa dal New York Times nei confronti della stessa OpenAI, non mancano ragioni per dubitare che la pesca a strascico con cui, sin qui, sono stati sfamati e addestrati gli algoritmi, possa considerarsi sempre avvenuta a norma di legge. Insomma scommettere sulla circostanza che lo scenario di un eventuale ordine di cancellazione, persino dei modelli algoritmici, paventato dalla Ftc, sia del tutto improbabile, è almeno azzardato.
La terza e ultima ragione è che l’iniziativa dell’Autorità Usa suggerisce che il presunto antagonismo tra un’Europa della privacy e dei diritti fondamentali e un’America dell’innovazione e dei mercati, ammesso anche che vi sia mai stato, non esiste più.
Il quadro, riassunto nei termini essenziali, è questo: i diritti fondamentali, a cominciare da quello alla privacy (ma il diritto d’autore non conta di meno) di miliardi di persone vengono pescati a strascico e sfruttatati massivamente da una decina di corporation e, per questa via, trasformati in asset commerciali e tecnologici da valorizzare sui mercati globali e, come se non bastasse, poi sfruttati per sottrarre opportunità di business ai tanti che quei dati, quelle informazioni e quei contenuti hanno prodotto o generato o, comunque, ai quali i dati personali appartengono.
L’industria dell’intelligenza artificiale è troppo importante per lasciarla in questa condizione d’incertezza: è urgente identificare regole comuni almeno in relazione alle condizioni minime essenziali necessarie a ritenere lecito l’utilizzo di dati – inclusi quelli personali – e contenuti per l’addestramento degli algoritmi.
In assenza il rischio è continuare a costruire un mercato multimiliardario e con un impatto enorme sulle vite umane, su società e democrazie su fondamenta non abbastanza solide.








