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Caro Financial Times ti sbagli | L’analisi di Osvaldo De Paolini

“C’è un vecchio vizio a Canary Wharf, sede del Financial Times – ricorda Osvaldo De Paolini su il Giornale –: quando fa comodo, scambiare il termometro per la febbre. Così giovedì il quotidiano londinese ha misurato l’Italia di Giorgia Meloni come fosse un laboratorio isolato, dimenticando che l’economia europea è entrata in una frenata sincronizzata e che il motore tedesco, a cui siamo agganciati per export e filiere, tossisce da mesi.

Quando la Germania rallenta, per il FT è congiuntura; quando l’Italia tiene, è sopravvivenza. L’analisi firmata da Amy Kazmin ha il tono delle sentenze già scritte: conti pubblici stabilizzati, sì; salari, crescita, riforme, no. Un giudizio elegante e apparentemente neutro, che ripropone però il solito spartito: l’Italia non fa mai abbastanza, soprattutto quando non obbedisce al catechismo di chi la osserva da Londra.

Il Financial Times non è un giornale di partito, ma nemmeno privo di inclinazioni culturali. Da anni coltiva una sensibilità progressista e tecnocratica. Con Meloni, però, il metro cambia: la stabilità diventa un accidente, il rigore inerzia, la prudenza mancanza di visione.

Basterebbe ascoltare senza pregiudizio le risposte della premier. Meloni non ha venduto sogni: ha ricordato che non si fanno politiche salariali nel vuoto di un continente che cresce zero; che la produttività non si alza per decreto o con bonus a pioggia, ma con investimenti e tempo; che la competitività si costruisce tenendo in ordine i conti.

Qui sta il punto che al FT sfugge. L’Italia che oggi non esplode mentre Francia e Germania arrancano non è un miracolo, ma il risultato di una linea che ha scelto di non comprare consenso a debito. Parlare di “deludentemente poco” mentre l’Europa rallenta e i conti tengono è miopia, se non malafede.

Forse il problema non è ciò che l’Italia ha fatto, ma ciò che a Londra avrebbero voluto che facesse. E questo somiglia più a politica che ad analisi economica.”

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