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Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia: “L’addio di Vannacci ha reso più chiara l’identità della Lega”

L’addio di Vannacci è stato positivo perché ha resto più chiara l’identità della Lega. Così il governatore della Lombardia, Attilio Fontana intervistato da Antonio Rossitto per la Verità del 2 marzo. Fontana, nemmeno il tempo di celebrare il successo planetario di Milano-Cortina e già si dibatte sulle Olimpiadi estive del 2040. «Qualcuno prova a salire sul nostro carro: visto che sono andate così bene a loro, si chiede, perché non cogliamo l’occasione per fare bella figura pure noi? Domanda legittima, ma la risposta è: perché voi non siete la Lombardia». Roma ci spera. «Se vogliamo garantire un altro successo, dobbiamo farle qui».

Nutre fiducia solo nei suoi corregionali? «Oggettivamente, ci sono condizioni di vantaggio: amministratori che fanno squadra, classi dirigenti e cittadini che sentono le responsabilità in modo un po’ diverso da come accade nel resto del Paese». In che senso, scusi? «Siamo più determinati. Non ci lasciamo spaventare dai problemi. Guardiamo sempre al futuro con entusiasmo. È una condizione unica in Italia». Si riparla di Olimpiadi diffuse, però. «Giustissimo. Allora perché non prendere in considerazione Milano, Torino e Genova?».

Lo storico triangolo industriale? «L’idea mi è venuta quando, qualche giorno fa, ho incontrato Cirio e Bucci, i governatori di Piemonte e Liguria». L’importante è stare sulla linea del Po? «Visto che ci sarebbe pure Genova, stavolta dovremmo spostare il confine lungo l’arco appenninico». Lei scherza. Ma l’assessore allo Sport capitolino, Alessandro Onorato, non l’ha presa bene: «Fontana si avventura in stereotipi che danneggiano la credibilità dell’intero Paese per racimolare voti in Pianura padana». «Beh, lasciamogli fare l’offeso. Quando uno si mostra così piccato di fronte a una considerazione tanto ovvia, vuol dire che è anche di poco spirito. Vede: magari le organizzerebbero benissimo. Faccio però un esempio: i mondiali di nuoto a Roma del 2009. Si ricorda come andò a finire?». Vagamente. «Mi permetta di rinfrescarle la memoria: ritardi clamorosi, progetti incompiuti, inchieste giudiziarie, impianti sequestrati. Ecco, non vorrei che si finisse per gareggiare all’Acquacetosa». Vogliono brillare di luce riflessa? «La Lombardia viene mal sopportata. Dimostra che in Italia si può essere propositivi e si riescono a fare le cose. Questo dà un po’ di fastidio a chi affonda le sue radici nelle gran chiacchiere. All’inizio c’era mezzo governo che tifava contro di noi».

Era l’epoca dei gialloverdi, con Conte a Palazzo Chigi. «I grillini erano contrarissimi. Fu grazie a Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che riuscimmo a ottenere la candidatura». Intanto a Roma avete firmato le prime intese sull’autonomia, lo storico vessillo leghista. «Quello che è successo con le Olimpiadi potrebbe diventare un messaggio anche per gli amministratori del Sud: dicendo di no al federalismo stanno perdendo enormi opportunità». Non si fidano dei ricchi settentrionali? «Invece, vorrei dire loro: avete le capacità per fare grandi cose, dalla brillantezza di spirito alla magia dei luoghi. Perché cercare sempre la mano protettrice della Capitale? Perché genuflettersi a mamma Roma, che cerca di tenere tutti fermi e in silenzio, sperando che nessuno dia fastidio?».

Sono state settimane intense. Roberto Vannacci, come da lei auspicato, alla fine ha lasciato la Lega. «Era inevitabile, anche se forse l’addio poteva essere previsto molto prima. Anzi, probabilmente questo matrimonio non bisognava nemmeno farlo». Perché? «Siamo due mondi troppo diversi». Lei non ha mai amato il generale. «Non ho assolutamente niente contro Vannacci. Le poche volte che gli ho parlato mi è sembrata una persona intelligente, simpatica e brillante. Però rappresenta valori con cui non abbiamo nulla a che spartire. Sono migliori i suoi o i nostri? Non importa. L’importante è che ognuno adesso prosegua per la sua strada». Quali sono queste incompatibilità? «Dal centralismo smaccato al nazionalismo esasperato. Tutte cose che non hanno niente a che vedere con il tipo di società che immagino e cerco di contribuire a realizzare».

Due mesi fa, mentre gli altri borbottavano, lei è deflagrato: «Col cazzo che vannaccizziamo la Lega!». Seguì l’apoteosi. «I militanti non si sentivano certo rappresentati dal generale». È stato il punto di non ritorno? «Per la prima volta si è avuto il coraggio di dire quello che pensavano veramente i nostri». In quanti poi l’hanno chiamata? «Qualcuno». Sia sincero. «Tanti». Comunque, è stato lui a lasciare la Lega. «Non posso fare valutazioni su quello che pensa. Se uno però crea all’interno di un partito una struttura parallela, cosa vuol dire? Non bisogna essere degli acuti osservatori e nemmeno dei fini strateghi alla Churchill per capirlo: chi si dà tanto da fare, evidentemente cerca di creare un suo movimento». Aveva assicurato che il Carroccio non sarebbe stato un tram. «Mi pare evidente che sia accaduto il contrario».

Ha chiarito che il suo nuovo partito rimane un naturale interlocutore del centrodestra. Nessun leader ha ancora commentato. «E vuole che mi esprima proprio io?». Lei è più libero di farlo, magari. «Fino a un certo punto». A Bruxelles Futuro Nazionale è entrata nel gruppo più a destra del continente, assieme ai tedeschi di AfD. È un problema per l’eventuale appoggio al governo? «Veda lei». Pescano tra astensionisti o delusi? «Toglie un po’ di voti a noi, un po’ alla Meloni, un po’ a tutti». Nei sondaggi siete calati al 6%. «Non mi preoccupa. In giro c’è fame di Lega. E non parlo di militanti, perché con loro dibattere di autonomia è come sfondare una porta aperta».  

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