Il Nord-Ovest chiama Roma per salvare il sistema dell’acciaio italiano.
Mentre si moltiplicano i contatti tra i soci dell’ex Ilva in vista del vertice, che i lavoratori sperano risolutivo, di lunedì prossimo tra governo e Arcelor Mittal.
Perché non c’è solo l’impianto ex Ilva di Taranto che rischia di morire per consunzione, dove ieri si è sprigionata una nube tossica rossastra.
Tra Liguria e Piemonte ci sono tante piccole Taranto.
Siti delle Acciaierie d’Italia e dell’indotto sottoutilizzati, dove gli addetti, che sommati fanno più di 2.000 teste, sono in cassa integrazione da tempo.
Impianti dove si lavora l’acciaio prodotto in Puglia.
In Piemonte, scrive Repubblica, c’è un grande polo, quello di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, e due stabilimenti minori, Racconigi, nel cuneese, e Gattinara, vicino a Vercelli.
Se si guarda oltre il Turchino, in Liguria, bisogna contare il polo di Vado Ligure e poi l’acciaieria di Cornigliano, quartiere a ponente di Genova, dove lavorano circa mille persone.
E la sicurezza, per i pochi che timbrano in cartellino, è considerata ormai un optional.
“L’unica cosa che non si può più fare è aspettare – sottolinea Maurizio Cantello, segretario provinciale della Fiom di Alessandria – qualche mese fa da una pinza difettosa si è staccato un rotolo di acciaio che è piombato a terra. Poteva essere una tragedia”.
E i metalmeccanici della Cgil si sono rivolti anche allo Spresal, il Servizio Prevenzione e Sicurezza del Lavoro: “sono arrivati i tecnici dell’Asl che hanno bloccato due reparti perché i carri ponte erano senza freni”, ricorda Cantello.
Non si fa più manutenzione, le ditte che la dovrebbero fare si rifiutano perché le fatture non vengono pagate da mesi.
Il rischio che un rotolo di acciaio piova anche in testa agli operai di Cornigliano, dove si produce latta, è concreto, almeno stando alle denunce dei sindacati, anche se da Acciaierie d’Italia sottolineano che le norme di sicurezza sono rispettate sempre.
Peccato che i fornitori abbiano deciso di fermare le attività.
Lo dimostra il blocco dei cancelli degli autotrasportatori in questi giorni a Taranto in attesa che il governo Meloni, tra oggi e lunedì, chiarisca la sua posizione, superando le contrapposizioni tra i ministri, Fitto e Urso, e decida cosa fare con il socio indiano Arcelor Mittal.
Il dramma sta poi nei numeri.
A Novi, dove arrivano i coils di acciaio per essere lavorati per il settore auto, la produzione si è ridotta fino a un terzo.
“Abbiamo chiuso il 2023 con meno di 500 mila tonnellate lavorate.
Prima superavamo il milione e mezzo”, ricordano gli operai che lavorano una manciata di giorni al mese.
Prima erano 700, ma più di 130 persone si sono licenziate, perché non vedevano più una prospettiva.
“Siamo stanchi di aspettare non si sa cosa”, dicono.
Riunione dopo riunione, a Roma, sembra non cambiare nulla.
Anche il sindaco di Novi, Rocchino Muliere, è preoccupato: “la situazione è davvero molto difficile – dice – la chiusura dell’Acciaieria sarebbe un colpo pesante per il nostro territorio.
Siamo al fianco dei lavoratori”.
A Racconigi i dipendenti sono passati da 150 a una novantina.
Si producono tubi.
“Potremmo farli se da Taranto ci spedissero l’acciaio”, dice un delegato della Fiom.
Condizioni che rischiano di fare uscire dal mercato impianti che continuano a perdere clienti e fatturato.
C’è poi la Sanac, nata per volontà dell’Iri a inizio anni ’90: produce materiali refrattari tra Gattinara e Vado Ligure con 400 dipendenti.
Azienda stritolata dalla crisi ex Ilva che copre l’80% del suo fatturato.
La situazione ha spinto il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, e quello della Liguria, Giovanni Toti, ad andare in pressing sul governo Meloni.
La richiesta è sempre la stessa, in linea con i sindacati: lo Stato riprenda la maggioranza del gruppo e trovi nuovi partner industriali, meglio se una cordata con soggetti italiani, facendo uscire di scena gli indiani di Arcelor Mittal.
“Il governo sciolga al più presto i nodi, non c’è più tempo””, dicono i presidenti.
Il Nord-Ovest non si rassegna, come il Sud, a mettere una pietra tombale sull’acciaio italiano.








