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[L’intervento esclusivo] Alessandro Ferrari (Direttore Assiterminal): «Ma quale rivolta dei portuali: il 90 per cento ha il Green Pass. E una sparuta minoranza si fa strumentalizzare. Così un asset strategico da bloccare diventa teatro»

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Stranisce come il lavoro nei porti, la portualità e, più in generale, la logistica siano spesso oggetto di attenzione da parte delle cronache o della politica in virtù o a causa dell’emergenza pandemica e dei suoi effetti, pur tuttavia dovendosi riconoscere come, ancora una volta, del settore portuale se ne sappia nel complesso veramente poco.

In questi giorni i “lavoratori portuali” sono i protagonisti delle proteste in ordine all’entrata in vigore del green pass nei luoghi di lavoro, mentre, al contempo, i traffici portuali sono oggetto di attenta considerazione con riguardo alla strategicità del loro ruolo distributivo di merci e beni a favore della collettività e dell’industria.

Se è vero il secondo passaggio, che meriterebbe una costante notorietà ed una continuità di analisi e misure conseguenti, la prima affermazione, come spesso accade, è quantomeno superficiale.

Circa il 90% dei lavoratori delle aziende che operano nei porti (che si chiamano terminalisti o imprese portuali) è in possesso di green pass e tra coloro che, invece, non lo sono troviamo alcuni sparuti soggetti animati da voglia di protagonismo, che si assimilano ad altri desiderosi di cogliere motivi o alibi utili per protestare, opporsi, schierarsi, bloccare, non lavorare.

Non ci sarebbe nulla da obiettare in un Paese libero, sino a quando tali comportamenti (che spesso uniscono più di quanto unisca il rispetto delle regole e degli altri) non si pongano come un effetto volto a limitare il lavoro e la libertà altrui. E qui si apre una questione che si riallaccia a quanto affermato all’inizio.

L’effetto mediatico del blocco di un porto è tale in quanto dai porti italiani transita circa l’80% dei prodotti (grezzi o finiti), che il nostro Paese importa ed esporta, ovvero quei prodotti che servono all’industria manifatturiera del nostro Paese, alla produzione di beni e allo sviluppo di servizi di cui il cittadino (utente o cliente) fruisce per la sua vita quotidiana.

Ancora di più, attraverso i porti transitano persone che hanno necessità di muoversi tra penisola ed isole, nonché quei flussi turistici che, a stento, stanno ripopolando le navi da crociera, di cui tanto beneficiano i tessuti economici delle città portuali.

Quello a cui assistiamo in questi giorni è il paradosso degli effetti prodotti da coloro che “sono contro” e hanno percepito l’importanza di questi asset strategici per l’economia del nostro Paese, individuandoli come teatro delle proprie proteste, non perché siano “parte” loro stessi di questo tessuto imprenditoriale o lavorativo, ma perché sono “contro” a prescindere.

I lavoratori dei porti, così come i lavoratori di qualunque altra “industry”, sono ben altro; sarebbe più utile, per tutti, comprenderlo meglio e considerare questo settore con l’intento piuttosto di individuare azioni e misure che nel tempo possano garantirne la crescita, lo sviluppo ed il suo consolidamento, senza perdersi tra immagini e titoli che non fanno bene ad un comparto, quello portuale, che già dal marzo 2020 ha sempre trasmesso forti segnali in termini di operatività, interesse a lavorare, grande resilienza.

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