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Agnelli e Berlusconi: due patrimoni in ottovolante | L’analisi

Con la scomparsa di Silvio Berlusconi la famiglia ha perso il suo capostipite, così come ormai vent’anni fa la dinastia degli Agnelli perse Gianni, il suo dominus.

Due personaggi chiave dell’imprenditoria italiana, due tra le famiglie più ricche e potenti del Paese.

Due uomini che non potevano essere così diversi l’uno dall’altro.

Il Cavaliere, prototipo del self made man italico.

Che dai primi successi come immobiliarista espanse il suo impero in territori inesplorati, rompendo il monopolio della Tv pubblica con la sua Mediaset, investendo con acume nel risparmio gestito negli anni Ottanta con il boom dei fondi comuni, con l’ingresso nella Mediolanum della famiglia Doris.

L’altro, Gianni Agnelli, erede della grande industria automobilistica italiana, la Fiat, tratti nobili da dinastia sabauda.

Per anni i due imperi hanno rappresentato l’icona del capitalismo familiare, gareggiando nell’accumulazione di patrimoni e ricchezze e inseguendosi ai primi posti in quella speciale classifica dei Paperoni italici.

MF-Milano Finanza scrive che per gli Agnelli, che dalla morte di Giovanni vedono a capo della dinastia il nipote prediletto John Elkann, la trasformazione è stata radicale.

La vecchia Fiat non c’è più: pur ampiamente sostenuta per decenni dall’aiuto pubblico, si è pian piano inabissata.

Salvata poi da Paolo Fresco prima e da Sergio Marchionne poi, che, ben comprendendo che senza aggregazioni non vi fosse futuro in un settore ad alta intensità di capitale, puntò le sue carte sull’America.

La fusione con Chrysler fu il primo passo verso la rinascita.

Le finanziarie di famiglia, dalla Ifi all’Ifil venivano, prima della rivoluzione di Marchionne, dal buio più totale.

Complice soprattutto l’andamento fortemente negativo dell’investimento più rilevante delle finanziarie, proprio la Fiat.

Che solo negli anni tra il 2001 e il 2004 segnò un passivo cumulato di ben 9 miliardi di euro.

In borsa il valore delle quote di Ifi-Ifil in capo agli Agnelli valeva allora solo 1,45 miliardi.

Fu l’apice della crisi in casa Agnelli che nel 2006 (vedere tabella) finì per ritrovarsi solo al 15esimo posto nella classifica dei Paperoni d’Italia che ogni anno Milano Finanza elabora sulle capitalizzazioni di borsa direttamente riferibili ai proprietari o soci di maggioranza.

Per Berlusconi al contrario quelli erano gli anni dei grandi successi: nel periodo 2000-2004 la cassaforte finanziaria del gruppo, la Fininvest, correva come un treno realizzando in quegli anni ben un miliardo tondo tondo di utili netti cumulati.

Si trasformavano in profitti netti ogni anno oltre il 10% dei ricavi, che giunsero a fine del 2004 a superare i 5 miliardi.

Nel 2006 il patrimonio della famiglia Berlusconi assomma a ben 6,2 miliardi.

Non essendo quotata la Fininvest, l’importo deriva dalla somma delle quote nelle partecipate: dalle storiche Mediaset, Mediolanum a Mondadori agli investimenti in un giardinetto di titoli quotati in borsa.

Allora Berlusconi era al quarto posto nella classifica dei patrimoni personali e familiari.

Da lì in poi le cose si capovolsero, in una sorta di legge del contrappasso.

I frutti della fusione di Fiat con Chrysler cominciarono piano piano a farsi vedere.

E poi con il delfino designato, John Elkann, è partita la rivoluzione globale dell’ex impero torinese, con la nascita nel 2009 di Exor, primo passo verso la completa finanziarizzazione delle fortune della famiglia.

Exor che finirà dieci anni dopo per lasciare definitivamente l’Italia, prima con lo spostamento della sede legale in Olanda e poi di recente con la quotazione ad Amsterdam, cominciò a diversificare sempre più dalle quattroruote, di fatto rendendo sempre più marginali le attività italiane, a partire proprio dall’auto.

Sotto Exor, ecco spuntare la Ferrari (quotata dopo una scissione, altra idea geniale di Sergio Marchionne) che è finita per essere l’asset di maggior valore della galassia Exor.

Poi l’americana Cnh nei trattori, Fca e poi Stellantis per l’auto e poi anche le assicurazioni con PartnerRE.

Per Exor è iniziata una marcia trionfale.

Il Nav (valore patrimoniale netto) della finanziaria operativa, che è controllata al 52% dalla Giovanni Agnelli Bv, che raccoglie i vari rami della dinastia, è salito anno su anno.

Dal 2009 al 2022 il valore netto degli attivi della holding è passato da poco di 3 miliardi alla cifra record di 28 miliardi.

Exor ha prodotto in dieci anni dal 2012 in poi la bellezza di 15 miliardi di utili netti.

Il clou è poi arrivato con la fusione di Fca con Peugeot, meno di tre anni fa, a creare Stellantis, che oggi è il quarto produttore mondiale del settore e vanta una profittabilità operativa tra le più alte tra i suoi competitor.

Il prezzo è stato il lasciare in mano francese i destini dell’auto.

Non è un caso che la produzione in Italia stia scemando progressivamente, quasi dimezzando i volumi negli ultimi cinque anni e che l’orizzonte strategico sia ormai quello di un grande gruppo globale.

I conti della vecchia Fiat auto, quella sotto le insegne di Fca Italy, chiudono costantemente in perdita da anni.

Elkann ha fatto confluire Fca in Stellantis, dove ha una quota del 14%; ha valorizzato un asset premium come Ferrari, valutata in borsa a multipli da luxury good, tenendo i trattori americani di Cnh e ora investendo la liquidità in settori ad alta crescita come il lusso, il tech e settori difensivi come la sanità.

Per la famiglia Berlusconi invece, dopo il successo delle quotazioni in borsa di Mediaset nel 1996, che consentì con l’afflusso di risorse di riequilibrare i ratio patrimoniali di Fininvest allora fortemente indebitata e dopo gli anni d’oro intorno all’inizio del secolo, iniziò un lento declino.

Nel lontano 2001 i suoi utili pre-tasse viaggiano al 10% dei ricavi.

E il capitale netto si attestava a 2,74 miliardi di euro con un debito finanziario a 2,5 miliardi.

Sempre meno leva e profittabilità più che buona.

Gli anni successivi confermavano il trend con una redditività netta a due cifre sui ricavi, un patrimonio netto salito a 3 miliardi e un debito finanziario a un terzo del valore dell’equity.

Tanta ricchezza cumulata finiva in ricche cedole alla famiglia e alle sette holding personali.

Da sempre infatti la finanziaria di via Paleocapa stacca mediamente dividendi per un livello pari al 2-3% dei ricavi del gruppo.

In media fanno 90 milioni di euro l’anno.

Nei fatti, in 30 anni di vita di Fininvest il flusso cedolare cumulato ha portato in alto alla catena circa 2,7 miliardi di euro e di cui Silvio Berlusconi ha beneficiato per una quota poco sopra il 60%.

Nel tempo però è scemata la ricchezza di borsa, per il declino sul mercato del valore di Mediaset (oggi Mfe).

Da Mediaset, Fininvest ha ottenuto molto quanto a incassi fin dalla quotazione del 1996.

Nel tempo, Fininvest ha poi collocato sul mercato nel 2005, un altro 16,6% di Mediaset, incassando 2 miliardi di euro con una plusvalenza a livello consolidato di ben 1,5 miliardi di euro.

La grande rincorsa del titolo, salito a razzo dalla quotazione e che nel 2000 era arrivato a capitalizzare 30 miliardi di euro, finì con lo scoppio della bolla di Internet, che coinvolse tutto ciò che era telecomunicazione e media.

Da allora le quotazioni di Mediaset non hanno mai più raggiunto quei record.

Oggi il titolo, suddiviso nelle due classi di azioni A e B, vale in borsa 1,75 miliardi.

Poco per un gruppo che nel 2022 ha fatto ricavi per 2,8 miliardi, ha un ebit di 322 milioni e utili netti per 217 milioni.

Unica nota negativa è l’indebitamento finanziario pari a oltre 870 milioni di euro.

Ma più che il debito il problema è che da tempo Mfe ha meno ricavi.

Negli ultimi cinque anni il gruppo televisivo ha lasciato sul campo il 20% delle sue entrate.

E solo una forte politica di efficienza sui costi salva la profittabilità.

Il mercato sa bene come la Tv generalista, non solo in Italia ma in tutta Europa soffra per l’aggressione nelle quote di mercato della tv in streaming e dei vari Ott, da Netflix, a Disney e Paramount.

Il mercato si è molto affollato e l’advertising pubblicitario televisivo è una torta che non può crescere più di tanto.

Non è un caso che Mediaset con la trasformazione in MediaforEurope (Mfe appunto) punti proprio ad allargare il mercato in chiave paneuropea.

Il bersaglio, individuato nel 2019, è la tv tedesca Prosieben Sat, dove Mfe ha ormai raccolto capitale con diritti di voto al 29% e risulta il primo socio.

Ma anche Prosieben non se la passa certo bene in termini di redditività.

Per gli eredi del Cavaliere, Mfe è oggi la partecipazione certo più rappresentativa simbolicamente, ma anche quella che prospetticamente presenta più problematiche, visto il core business in declino.

È sintomatico che a bilancio Fininvest la ex Mediaset abbia un valore di carico di un miliardo, quando in Borsa la quota di pertinenza vale oggi poco meno di 900 milioni.

Chi volesse rilevare dalla famiglia la Tv di Cologno Monzese dovrebbe mettere in conto un prezzo, solo per l’equity, di almeno 2,3 miliardi di euro.

Il valore di Borsa dell’intero gruppo più il classico premio per il controllo.

La famiglia si consola invece con gli altri asset quotati che invece continuano a dare soddisfazioni.

Mondadori sta sfornando ottimi risultati, ma soprattutto va molto bene Mediolanum che è l’asset di maggior valore per Fininvest.

La quota di poco più del 30% nel gruppo dell’asset management vale oggi in Borsa oltre 1,8 miliardi.

Il valore di carico è di soli 117 milioni.

Di fatto, alla fine gli asset quotati della galassia Fininvest valgono poco meno di 3 miliardi.

Contro i quasi 10 miliardi che vale il 52% di Exor in mano alla Giovanni Agnelli Bv.

Corsi e ricorsi e capovolgimenti di fronte.

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