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Un mondo furioso | Gli editoriali

Sul Corriere della Sera Antonio Polito commenta lo scoppio di una nuova guerra in medio oriente, sul cui obiettivo – afferma – “non dobbiamo farci illusioni. L’attacco all’Iran non nasce dall’intento di esportare la democrazia o lo stato di diritto nella Persia presa in ostaggio dagli ayatollah. Per quanto Trump abbia fatto leva sull’aspirazione legittima di milioni di coraggiosi cittadini iraniani di liberarsi della tirannia, e per quanto questo possa persino risultare l’esito finale di questa guerra, essa non è stata intrapresa con tale fine. Trump non è George W. Bush. L’Iran non è un altro Iraq. La nuova destra americana è troppo nazionalista, “America first” e Maga, per impegnare uomini e risorse economiche in un progetto così ambizioso e di lunga durata. Il vero obiettivo strategico della guerra, e anche la sua unica giustificazione etico-politica, è impedire che un’altra potenza mediorientale abbia la bomba atomica. Lo status nucleare di Israele, secondo questa dottrina, deve restare unico nell’area, per evitare che scoppi prima o poi una guerra su larga scala. È ciò che intende Netanyahu quando parla di «una guerra per porre fine a tutte le guerre». L’interesse degli Stati islamici sunniti dell’area, dall’Arabia Saudita agli Emirati, garantisce all’alleanza Usa-Israele la certezza di agire con il loro sostanziale sostegno. Il regime degli ayatollah sta pagando la colpa scellerata di aver armato e spinto Hamas alla carneficina del 7 ottobre per impedire che l’Arabia Saudita firmasse gli accordi di Abramo con Israele. Da quel momento non è più considerato, da Gerusalemme e dalla nuova Casa Bianca che ne segue la linea, come un possibile soggetto di negoziato. Le trattative condotte per mesi, si è capito ora, servivano solo a preparare l’attacco. Ma non sappiamo se quel regime sarà spazzato via dalla «Furia Epica» che gli si sta abbattendo addosso dal cielo. Soprattutto non sappiamo che cosa verrebbe dopo, se pure crollasse sotto i colpi. Le risposte a queste domande decideranno se quest’altra guerra del presidente del Board of Peace, che si vanta di aver messo fine a otto guerre, ha avuto un senso per la storia o solo per lui”.
 
Maurizio Molinari, la Repubblica
“Decapitata e umiliata”, scrive su Repubblica Maurizio Molinari, “la Repubblica islamica va al contrattacco sovrapponendo martirio e violenza: le lacrime dell’annunciatore tv, i lanci a pioggia di missili e droni, la chiusura di Hormuz, la repressione e l’accelerazione della successione ad Ali Khamenei descrivono la volontà del regime di sopravvivere ad ogni costo. Il pianto in diretta del conduttore tv sulla morte della Guida Suprema riassume quanto sta avvenendo a Teheran. Barba ben curata e completo grigio, abbassa la testa ripetendo “Allah hu-Akbar” in un crescendo di dolore che lo porta a dire: “Il Leader Supremo ha preso la bevanda del martirio, si è ricongiunto con Allah”. Il “martirio” per la cultura sciita — sulla quale il regime khomeinista è costruito — è identitario, richiamandosi all’uccisione di Alì, considerato il legittimo successore del profeta Maometto, assassinato nel 661 a Kufa, originando lo scisma dall’Islam sunnita. E nella festa dell’Ashura, gli sciiti ricordano un altro martirio, dell’imam Husayn figlio di Alì nel 680, con processioni di lamenti, fino all’autoflagellazione. È questo “martirio” che la rivoluzione islamica ha trasformato nella matrice del terrorismo jihadista, emanazione dei pasdaran: da Hezbollah alla Jihad islamica, dagli Houthi fino a Hamas. Il dolore che il presentatore tv incarna rappresenta dunque il martirio di Khamenei invitando i seguaci ad immolarsi contro il nemico, per consentire al regime di sopravvivere. Come ben riassume Ali Larijani, il più stretto consigliere di Khamenei: “Divoreremo il cuore dei nemici”. La reazione militare del regime descrive come I tutto ciò si avvera, ora dopo ora. I Guardiani della rivoluzione, spina dorsale della teocrazia, fanno decollare centinaia di missili e droni contro l’ “Entità sionista”. È violenza massiccia anche contro i Paesi vicini, le monarchie del Golfo. Tale e tanta violenza contro i nemici esterni si accompagna alla repressione interna perché nulla minaccia il regime più della piazza”.
 
Mario Sechi, Libero
Su Libero Mario Sechi critica i leader del campo largo: “Elly Schlein e Giuseppe Conte (con il duetto di complemento Bonelli-Fratoianni)”, scrive, “ieri hanno offerto uno spettacolo indecente. Con loro, non a caso, c’è anche il generale in vestaglia, Roberto Vannacci, che si trasforma in difensore dell’Iran e accusatore degli Stati Uniti per dare una mano al Cremlino. Cabaret. Cosa dice Schlein? «Siamo tutti convinti che il regime teocratico dell’Iran non possa sviluppare un’arma nucleare, ma il modo per impedirlo non sono i bombardamenti e la guerra, è la via negoziale e diplomatica». Davvero? La partita atomica tra Stati Uniti e Iran comincia con lo Scià Reza Pahlavi nel 1957, il presidente americano era Dwight D. Eisenhower, aveva un piano chiamato «Atoms for Peace» e i rapporti furono di cooperazione fino al 1979, l’anno della Rivoluzione Islamica di Ruhollah Khomeini che spezzò le relazioni tra Teheran e Washington. Da quel momento l’Iran cambia il suo status, una monarchia filo-occidentale diventa una sanguinaria teocrazia islamica antioccidentale. Schlein non conosce né il passato né il presente. Nei negoziati di Ginevra gli iraniani, come ha ricostruito il Wall Street Journal, hanno rifiutato tutte le proposte, tranne il pranzo. Giuseppe Conte, l’altro campione dell’opposizione, dice: «Non ci sentiamo tutelati da questo governo». Tutelati da chi e da cosa? Il regime che ha ucciso decine di migliaia di manifestanti, il suo popolo, è quello iraniano, «l’asse della resistenza» che ha seminato morte in tutto il mondo era guidato dall’ayatollah Khamenei e dal generale Qassem Soleimani. Entrambi eliminati da chi sta dall’altra parte della barricata, gli Stati Uniti e Israele, democrazie che si assumono la responsabilità, loro sì, di tutelare l’Occidente da una minaccia che le anime belle della sinistra e delle cancellerie europee pensano di fermare con la carta bollata. È il mito del «diritto internazionale», lo stesso che non impedì a Adolf Hitler di mettere a ferro e fuoco il mondo. Con la formula magica della nostra sinistra, i liberatori Churchill e Roosevelt sarebbero in prigione”.

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