Tito Boeri analizza i numeri sul lavoro invitando a “salvare il lavoro dei giovani”.
“I dati su occupati e disoccupati resi pubblici ieri dall’Istat ci dicono quale sia l’altra faccia della medaglia del blocco dei licenziamenti in vigore fino a metà agosto: concentra le riduzioni dell’occupazione interamente sui più giovani”.
“Durante le recessioni i giovani sono sempre penalizzati sul mercato del lavoro perché la prima reazione delle imprese è quella di congelare le assunzioni e questo non può che ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro”.
“Ma non si era mai vista in Italia una recessione con andamenti così fortemente asimmetrici per fascia d’età e che ha un impatto così forte e immediato sul mercato del lavoro dei giovani, con riduzioni percentuali dei posti di lavoro superiori alle due cifre in solo tre mesi dall’inizio della crisi”, scrive su Repubblica.
“Di solito i giovani quando si trovano di fronte a un mercato del lavoro difficile decidono di investire in capitale umano continuando i propri studi”.
“Questa volta si sono trovati la porta sbarrata dal lockdown. Dopo decenni abbiamo finalmente una ministra della Pubblica istruzione interamente dedicata alla scuola”.
“Dovrebbe finalmente informare il Parlamento e le famiglie su cosa è avvenuto in questi mesi ai maggiori investimenti in capitale umano del nostro Paese”.
“Le indagini condotte dal suo ministero non sono informative: considerano come didattica a distanza anche il solo completamento del registro elettronico dopo aver assegnato dei compiti a casa”.
“Dato che docenti e studenti devono accedere alla piattaforma online del ministero per svolgere le lezioni a distanza, basterebbe estrarre un campione rappresentativo di scuole e studiare gli accessi al sito per avere una misura oggettiva dei ritardi nell’apprendimento accumulati in questi mesi”.
“Dobbiamo fare l’impossibile per permettere a queste generazioni sfortunate di recuperare. Altrimenti si troveranno doppiamente svantaggiate: entreranno più tardi nel mercato del lavoro e con un capitale umano inferiore a chi li ha preceduti”.
“Diversi studi epidemiologici documentano come i rischi di contrarre in modo grave il Covid 19 siano sensibilmente più bassi tra i giovani che tra le altre fasce di età. Paradossale che siano proprio loro ad essere esclusi dal lavoro in questa fase”.
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