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Tim: ecco il triste epilogo dell’opa del secolo | L’intervento di Guido Salerno Aletta

Un debito dopo l’altro, un errore dopo l’altro.

Come era ampiamente prevedibile, il mercato non ha gradito il primo piano industriale di Tim senza la rete: il debito si riduce meno del previsto e le prospettive di crescita sono minime.

Siamo all’epilogo di una storia iniziata con l’opa del secolo, alla fine del febbraio 1999, condotta da Roberto Colaninno alla guida dei Capitani coraggiosi: una acquisizione tutta finanziata a debito, un leveraged buy out da 25,5 miliardi di euro.

Per rientrare occorreva fare a pezzi l’azienda, vendendo la quota di maggioranza di Tim, quotata sul mercato, che ne deteneva il restante 49%: sarebbe stata un’altra operazione corsara, certo, che avrebbe rimesso immediatamente i conti in ordine, ma che trovò un muro invalicabile tra gli azionisti che non avevano alcuna intenzione di vendere la gallina d’oro del gruppo Telecom Italia, non solo per marginalità quanto per le straordinarie prospettive di crescita.

Rimettere in piedi un nuovo operatore mobile sarebbe stato semplice, partecipando a una nuova gara: prevalse, invece, l’orgoglio del monopolista.

Vista la mala parata, ci si illuse così di cavalcare l’onda montante dei valori di borsa delle telco in giro per il mondo, sospinti dalle liberalizzazioni e dalla rivoluzione di Internet: invece di diminuire, il debito continuò a crescere per via di sempre nuove acquisizioni finanziate a debito, per la gioia delle banche d’affari che proponevano sempre nuove imperdibili occasioni.

La bolla del Nasdaq, che scoppiò nel marzo del 2001, fu senza rimedio per Telecom Italia, che si era ingigantita acquistando ai massimi.

Quando il mercato crollò, mentre il valore degli asset in portafoglio si era immiserito, i debiti rimasero intatti: fu allora che, per risanare, si dovette cominciare a vendere.

Ma si vendeva ai minimi, con assai poco sollievo per i conti finanziari.

Per il vero, anche i successivi passaggi di mano furono operati ricorrendo abbondantemente al debito: per onorarne il servizio, occorreva pompare quanti più utili possibili agli azionisti e soprattutto tenere al minimo gli ammortamenti di rete, rimasti fermi per circa un decennio ai costi storici della infrastruttura di rame.

Costi che erano particolarmente esigui anche per via dei prestiti a tasso di favore che erano stati erogati dalla Cassa Depositi e Prestiti per modernizzare gli impianti e per una valutazione assai poco generosa delle infrastrutture di trasporto che erano state realizzate negli anni direttamente dallo Stato attraverso la Asst (Azienda di Stato per i Servizi Telefonici), ereditate da Iritel e poi acquisite da Sip-Telecom.

Questo modello regolatorio, invero assai miope, andava bene anche alla concorrenza, che prendeva in affitto la rete di Telecom a prezzi stracciati, mentre gli investimenti per rimpiazzarla con la fibra ottica latitavano: più era basso il prezzo di utilizzo del rame che veniva pagato a Telecom, meno era conveniente investire.

E’ stato questo un saccheggio continuo ed invisibile: andava garantito dal Regolatore un prezzo di utilizzo, di accesso e di interconnessione idoneo a ricostituire continuamente la rete di Telecom al più alto livello consentito dallo sviluppo tecnologico, sulla base di costi incrementali di lungo periodo (Flric), così come era stato correttamente previsto già dalla normativa di recepimento della direttiva Onp (Open Network Provision), e soprattutto vincolando i proventi ulteriori rispetto alle spese di esercizio a un Fondo destinato agli investimenti.

Intanto, mentre si continuava a vendere di tutto, dagli immobili alle stesse centrali riprese in affitto, abbaccinati dal mito del RoE (Return on Equity) che migliorava di anno in anno solo perché si abbatteva il denominatore del rapporto, ci si illuse di mettere finalmente in sesto il conto economico comprando le minorities di Tim: mentre il nuovo debito andava a zavorrare nuovamente il conto del patrimonio, gli introiti non compensavano lo sforzo finanziario compiuto.

Per Telecom, ridenominata Tim, la cessione della rete è rimasta così l’ultima spiaggia: un epilogo davvero triste.

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