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Sulle materie prime pesa l’incognita delle terre rare | Lo scenario

La produzione di terre rare nel 2022 è aumentata, ma l’influenza della Cina nel mercato di quegli elementi essenziali per la transizione energetica continua a crescere. Anche in questo senso, scrive MF-Milano Finanza, si può leggere il grande fermento che si respira attorno alle terre rare e la conseguente attenzione in Europa e in Italia per diversificare le forniture nei prossimi anni.

Partiamo dai dati. In base all’Us Geological Survey, nel 2022 nel mondo sono state prodotte circa 300 mila tonnellate di quei 17 metalli. Un quantitativo in aumento rispetto alle 290 mila del 2021. A crescere però è stata quasi esclusivamente la fetta di Pechino, salita dalle 168 mila tonnellate del 2021 alle 210 mila del 2022. Si tratta del 70% della produzione mondiale. Ad eccezione di Usa (43 mila tonnellate) e Vietnam (4.300 tonnellate), tutti gli altri Paesi hanno visto contrarsi i volumi annuali. Anche le riserve mondiali sono aumentate: 130 milioni di tonnellate complessive, di cui il 66% è posseduto da Cina (44 milioni), Russia e Brasile (entrambe 21 milioni).

Non ottime notizie se si pensa alla guerra in corso con Mosca e ai sempre più ruvidi rapporti tra Stati Uniti (e quindi occidente) e Pechino. Un ruolo centrale per l’ampliamento delle catene di approvvigionamento può ricoprirlo il Vietnam, che alle spalle della Cina, possiede la quantità maggiore di riserve nel mondo: 22 milioni di tonnellate. La lunga mano di Pechino però è già arrivata sul Paese sud-asiatico. Secondo i dati doganali della Cina, l’anno scorso sono raddoppiate le importazioni dal Vietnam di terre rare e altri concentrati che contengono materiali strategici arrivando a toccare 12 mila tonnellate. Rimane importante l’Australia, che nel 2022 ha prodotto 18 mila tonnellate di terre rare (seppur in calo considerevole rispetto alle 24 mila dell’anno precedente).

La lunga via per l’autonomia. Le voci su un possibile ban della Cina sull’export delle terre rare metterebbe ovviamente in crisi la transizione energetica decisa da Unione Europea e Stati Uniti. Le terre rare sono cruciali per la decarbonizzazione dell’energia e la produzione di elettricità. Per produrre un terawattora dal solare o dall’eolico, spiega McKinsey, saranno necessari rispettivamente il 300 e il 200% in più rispetto alla stessa quantità di energia da un tradizionale impianto a gas. Per non parlare della centralità delle terre rare per la produzione delle auto elettriche, in particolare delle batterie. Anche in questo senso appare ancora più sensata la volontà dell’Unione europea di provare a evitare di ripetere con la Cina quanto accaduto nel settore energetico con la Russia. Con il Critical Raw Material Act, l’Ue intende quindi rafforzare le proprie capacità di individuazione e di estrazione delle terre rare.

I target fissati sono ambiziosi: entro il 2030 l’Ue vuole che almeno il 10% delle materie prime critiche consumate in Europa siano estratte da miniere europee, che almeno il 40% siano raffinate in Europa e almeno il 15% derivino da attività di recupero e riciclo. Inoltre, non più del 65% del consumo annuale dell’Unione di ciascuna materia prima strategica dovrà provenire da un singolo Paese terzo. Secondo l’ultimo report realizzato da The European House-Ambrosetti e Iren, la Cina fornisce il 56% delle materie prime critiche, che secondo l’Ue sono 34, ma soprattutto il 100% delle terre rare pesanti e l’85% delle terre rare leggere.

Le stime del paper evidenziano come un’interruzione delle forniture dalla Cina metterebbe a rischio, da qui al 2030, il 47% dei Gw di eolico che dovrebbero essere prodotti e il 66% dei veicoli elettrici. Di fatto la Cina potrebbe interrompere in qualsiasi momento, allo stato attuale, la transizione energetica europea. La situazione italiana. Arrivato l’impulso dall’Europa, l’Italia si è mossa con l’avvio della revisione della mappa mineraria nazionale, ferma da 30 anni, e, secondo quanto dichiarato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, l’Italia avrebbe giacimenti per 15 dei 34 elementi considerati critici dall’Ue.

Dall’esplorazione delle zone papabili per le miniere – si parla di giacimenti di cobalto in Piemonte; rame, cobalto e manganese in Valle d’Aosta e Toscana e possibili concentrazioni di litio in tutta la fascia tirrenica dalla Toscana alla Campania – all’effettiva estrazione di minerale utilizzabile le tempistiche si allungano fortemente. Basti pensare al più grande giacimento di terre rare trovato in Europa, quello da un milione di tonnellate identificato da Lkab in Svezia all’inizio di quest’anno. Prima di poter iniziare l’estrazione, come spiegato dalla stessa società, passeranno almeno 10-15 anni. Anche chi vuole investire, esattamente come l’Europa, non può dunque prescindere dal guardare a Oriente.

Il Global Rare Earth/Strategic Metals Index, indice mondiale che include solo le società che generano almeno il 50% dei ricavi da terre rare e metalli strategici, non riflette esattamente la centralità della Cina nel settore e fornisce un’alternativa concreta per chi non si fidasse di Pechino. All’interno dell’indice la fa da padrona l’Australia, che vede incluse 9 società contro le 6 di Pechino, realtà oltretutto molto più influenti di quelle cinesi sull’andamento dell’indice. Malgrado la centralità delle terre rare nella transizione energetica, il rendimento del Global Rare Earth/Strategic Metals Index è stato decisamente negativo (-18,1%) nell’ultimo anno, mentre da inizio 2023 si è assistito a un timido rimbalzo (+6,67%).

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