«Il nuovo Patto di Stabilità impone una rigorosa revisione della spesa pubblica. La spending review dovrebbe riguardare anche gli investimenti del Pnrr che hanno un impatto sugli obiettivi». C’era da aspettarselo. Solo un irresponsabile avrebbe potuto credere alla favola. Cioè che i riflettori dell’Unione Europea non si sarebbero riaccesi sui traballanti conti pubblici italiani, una volta archiviata la pandemia. Esattamente ciò che è avvenuto. La mitica spending review! L’avevano dimenticata e ora rieccola grazie a Bruxelles. Roba da far venire l’orticaria a Fabio Rampelli, il deputato meloniano autore della proposta di legge per sanzionare l’uso di parole straniere da parta della pubblica amministrazione. Ma soprattutto a chi pensava che il Covid avesse seppellito, assieme a 200 mila morti, la stagione del rigore nei conti dello Stato.
La verità è che la pratica della revisione della spesa, introdotta al tempo del secondo governo di Romano Prodi dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e rilanciata dall’esecutivo di Mario Monti, era stata archiviata, di fatto, ben prima della pandemia. Basta dare un’occhiata ai numeri della Ragioneria Generale dello Stato. Al netto dei rimborsi del debito pubblico la spesa delle amministrazioni centrali (di competenza) è passata dal 2000 al 2023 da 398,1 a 872,9 miliardi di euro.
L’aumento è del 119%. In termini reali, considerando cioè l’inflazione, la crescita risulta del 37,5%. Ragguardevole e sorprendente. Tanto più che negli ultimi vent’anni i balzi tecnologici avrebbero dovuto abbattere molti costi amministrativi. L’esplosione vera e propria della spesa, scrive MF-Milano Finanza, si è verificata nel 2021, quando il Covid ha fatto raddoppiare in un baleno pure le uscite in conto capitale, che fino ad allora si erano sempre mantenute intorno a 50 miliardi l’anno. Ma a preoccupare di più è l’inarrestabile progresso della spesa corrente, che dal 2000 (primo anno preso in considerazione dalla Ragioneria nelle proiezioni più recenti) non ha mai smesso di andare su.
Da 351,7 è arrivata a 715,2 miliardi. Con soli tre anni di pausa. Il primo è stato il 2011, anno in cui si è sfiorata per la seconda volta (dopo il 1992) una seria crisi finanziaria. Quella volta, col governo Berlusconi che a novembre cedette il passo a quello di Monti, la spesa corrente delle amministrazioni centrali dello Stato diminuì di 7 miliardi. Il secondo anno è stato il 2016, l’ultimo del governo Renzi. In quel caso la riduzione sfiorò gli 8,4 miliardi. Il terzo è stato il 2017 del governo Gentiloni, che limò di 175 milioni la spesa corrente dell’anno precedente.
Dopo di allora si è sfondato ripetutamente ogni tetto. Più 10 miliardi circa nel 2018 con il governo gialloverde di Giuseppe Conte targato Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Più 13 miliardi nel 2019 con i governi Conte-1 e Conte-2 (quello con il Pd al posto della Lega). Più 19 miliardi l’anno seguente, con la pandemia. Più 54 miliardi nel 2021, sempre con la pandemia e i vaccini, durante il governo di Mario Draghi. Più 7 miliardi nel 2022, quasi senza pandemia e con Draghi fino a ottobre. Più 46 miliardi nel 2023, governo (finora) di Giorgia Meloni con pandemia finita.
E, secondo le proiezioni del bilancio triennale di competenza dello Stato, scenderebbe per la quarta volta dall’inizio del secolo il prossimo anno, registrando un calo di 4 miliardi, ma per risalire nel 2025 di 1,5 miliardi. Da quando, nel 2017, ha subito l’ultimo lieve colpo di freno, la spesa pubblica corrente è aumentata di ben 150 miliardi, il 26,4%: che si traduce in una crescita reale di quasi l’8%. Altro che spending review, insomma. Certo, bisogna considerare che c’è stata la pandemia. Ma pure che con l’emergenza sanitaria l’attività delle pubbliche amministrazioni si è fortemente ridotta, riducendo di conseguenza parte dei costi fissi.
La verità è che la revisione della spesa era uscita da un pezzo dai radar. Anzi, forse non c’era davvero mai entrata. Prova ne sia il fatto che la figura del commissario alla spending review è finita da un pezzo nel dimenticatoio. Gli ultimi due commissari sono stati la grillina Laura Castelli e il leghista Massimo Garavaglia. Era aprile 2019, c’era il governo gialloverde e fu la prova che i due partiti della maggioranza non si fidavano l’uno dell’altro, al punto da nominare due commissari al posto di uno. Per non fare praticamente nulla, anche perché il Conte-1 sarebbe spirato l’estate successiva.
Prima di Castelli e Garavaglia c’era il parlamentare del Pd Yoram Gutgeld, messo lì da Matteo Renzi. Lo aiutava l’economista Roberto Perotti, che però si dimise dopo pochi mesi. Gutgeld aveva preso il posto di Carlo Cottarelli, nominato da Enrico Letta. Troppo indipendente, venne congedato da Renzi con due anni di anticipo sulla scadenza del mandato senza neppure aver letto il suo rapporto nel quale stimava possibili risparmi di ben 33 miliardi nel solo 2016. Cottarelli aveva preso il posto del Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio, designato da Monti poco prima delle elezioni del 2013.
A sua volta Canzio era succeduto a Enrico Bondi, esperto di tagli chiamato da Monti per individuare in fretta le voci del bilancio su cui intervenire. Non fu però un’esperienza fruttuosa come si prevedeva, anche perché nel governo c’era un ministro che aveva compiti simili. E inevitabilmente i due si pestavano i piedi. Per dirne una, mentre Bondi scavava nelle pieghe dei conti pubblici, Giarda sfornava un rapporto sugli sprechi inenarrabili nella spesa per le forze dell’ordine. Fatalmente la cosa finì nel nulla: quale governo poteva mai pensare di dare una sforbiciatina a quei capitoli? Già da questi particolari si poteva capire come sarebbe andata avanti la storia.








