“Potrebbe innescarsi un effetto domino, con rialzi dei costi di realizzazione dei nuovi impianti e un aggravamento normativo e amministrativo, oltre alla difficoltà di raggiungimento dei target.
Con questa decisione si renderebbe più cara l’energia che costa meno in assoluto, quella prodotta dal fotovoltaico a terra“.
Elettricità Futura, scrive il Sole 24 Ore, ha analizzato a freddo l’impatto dello stop all’installazione degli impianti fotovoltaici a terra nei terreni a uso agricolo deciso con il decreto Agroalimentare, il quale consente solo l’installazione di pannelli di agrivoltaico, elevati di un paio di metri rispetto al terreno.
“L’elettricità prodotta con gli impianti fotovoltaici utility scale, infatti, costa un terzo dell’elettricità generata dagli impianti fotovoltaici residenziali sui tetti.
Questo finirebbe col danneggiare anche le imprese energivore, perché servono i grandi impianti rinnovabili per stipulare contratti di lungo periodo per dare energia a basso costo alle imprese manifatturiere.
Il rischio, concreto, è che vengano vanificate anche altre misure avviate da questo governo come, ad esempio, l’Energy Release e i provvedimenti per lo sviluppo dell’idrogeno”, spiega.
Dunque, preoccupa l’impatto sul prezzo dell’energia elettrica in Italia.
Sul mercato in queste ore si ragiona sul prezzo di una tecnologia come il fotovoltaico, la quale ha avuto grande successo proprio per la velocità con cui è sceso il suo costo, che oggi è pari a 10-15 euro a megawattora; questo valore non sarà sostenibile con gli impianti agrivoltaici, che possono costare anche più del doppio.
Tutto ciò può scoraggiare la formazione di contratti di mercato tra chi installa i pannelli e l’impresa che compra energia (i famosi Ppa) e spingere chi installa ad affollare le aste per gli incentivi dell’agrivoltaico al fine di avere una remunerazione adeguata.
Il risultato può essere un aumento degli oneri nelle bollette elettriche, perché gli incentivi si scaricano lì e non tutti potranno essere finanziati a debito con il Pnrr.
Salirebbe comunque il costo dell’energia elettrica: il provvedimento Energy Release è stato varato da questo governo nel 2022 (e impostato dal precedente) per calmierare i costi dell’energia per le imprese energivore, destinando direttamente la produzione da rinnovabili (meno cara) a questi consumi.
“Anche quella che oggi sembrerebbe un’apertura – poter fare gli impianti nelle zone industriali, nelle cave, nelle miniere, nelle aree portuali e di pertinenza di autostrade e ferrovie – non tiene conto del fatto che queste fattispecie sono già state normate in precedenza dai vari decreti semplificazioni avviati nel 2022 e nel 2023” prosegue Elettricità Futura, sottolineando che sarebbe invece necessario varare l’atteso Testo Unico per le autorizzazioni, atteso da giugno 2023.
Secondo l’associazione in Italia ci sono 12,8 milioni di ettari disponibili; in essi la percentuale degli impianti fotovoltaici è dello 0,13%, pari a 16.000 ettari.
Per raggiungere i target del RepowerEu servirebbe un ulteriore 0,5% e per quelli del G7 Energia (altri 140 Gw) l’1%.
“Sempre evitando le aree agricole di pregio.
Fotovoltaico e agricoltura non sono in contrapposizione.
Anzi il fotovoltaico può rappresentare un’importante ulteriore possibile fonte di introito per gli imprenditori agricoli da destinare ad investimenti nel loro core business”, afferma l’associazione.
E ancora: si ricordano i progetti avviati dalle imprese per 300 miliardi di investimenti, oltre al fatto che nel 2022 le rinnovabili «hanno permesso ai cittadini italiani di risparmiare 25 miliardi di euro”.
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