“Il ‘coprifuoco’ è parola che non piace a Salvini, ma quello deciso dalla Regione Lombardia, simbolo del potere della Lega nell’Italia del Nord, cambia gli scenari”. Lo scrive Stefano Folli su Repubblica, analizzando il cortocircuito leghista avvenuto negli ultimi giorni.
“Primo, perché è una decisione presa dal presidente Fontana d’intesa con il governo Pd-5S; secondo, perché anticipa una serie di scelte analoghe destinate a moltiplicarsi nell’Italia angosciata dalla seconda ondata, come dimostra il caso della Campania. Vuol dire che viene meno quella velleità di strategia alternativa contro il Covid che nel corso dei mesi l’opposizione ha tentato di accreditare in risposta al governo Conte. Non è centralismo ma nemmeno decentramento. Semmai è un procedere alla cieca, tra scontri aspri — come quello dell’altro giorno tra Palazzo Chigi e i sindaci — seguiti da rapide riconciliazioni: perché nessuno vuole prendersi tutta la responsabilità, ma nessuno riesce a scaricarla in toto sull’interlocutore. S’intende, i mesi trascorsi dalla prima ondata sarebbero dovuti servire anche a creare il clima di collaborazione istituzionale su cui ieri ha insistito il presidente della Repubblica. Ma pare che non si sia fatto granché. Arrivare impreparati alla crisi d’autunno non è solo questione di strutture sanitarie non realizzate, ma di una cooperazione ai vari livelli politici e amministrativi che è mancata. Non c’è da stupirsi se Mattarella si preoccupa: essendo arrivati a fine ottobre, con le terapie intensive che si popolano quasi come a marzo, risultano incomprensibili le liti tra centro e periferia, tali magari da indurre il capo dello Stato a intervenire con discrezione per sanare la frattura o anche solo per rendersi conto di ciò che accade. I prossimi mesi, tra Covid e crisi economica, si annunciano drammatici. È pensabile che una situazione eccezionale possa essere gestita con mezzi ordinari? Con un Parlamento a mezzo servizio per via dei contagi, scarsa coesione nazionale, una maggioranza incerta e una complessiva incapacità di prendere decisioni. L’unità nazionale resta un tema tabù, ma ciò nondimeno la sua ombra si allunga su un dibattito pubblico sterile e nevrotico. E le circostanze potrebbero imporre scelte che al momento nessuno vorrebbe affrontare”.
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