«Sono nato a Napoli, cresciuto a Venezia e vivo a Milano». Inizia con un riferimento personale l’intervento dello scrittore Antonio Scurati sulle pagine del Corriere della Sera del 28 maggio scorso.
«Il mio non è solo un caso personale, è un caso nazionale. Le biografie di milioni di altri italiani come me sono disseminate lungo la penisola, per scelta o per necessità, per storia o per cronaca, per studio, per amore o per lavoro».
Il timore nutrito dallo scrittore è che si stia troppo sottovalutando l’effetto che questo dramma collettivo avrà sull’unità nazionale. «Credo di non sbagliare dicendo che in molte aree del Paese non si è avuta l’esatta, commossa e partecipe percezione di quale tragedia epocale la pandemia abbia rappresentato per la Lombardia, credo di non esagerare dicendo che nei suoi momenti più drammatici la dialettica tra Stato e Regioni abbia rievocato il fantasma della disgregazione nazionale; temo – soprattutto – che questa commedia degli equivoci, sommata alla parziale abdicazione dello Stato nazionale in favore di interessi particolari e locali, possa lasciare dietro di sé una lunga scia di scorie tossiche».
Il problema riguarda le priorità che si è data l’agenda politica nazionale. Il Sud è sparito da decenni, e la pandemia ci ha rivelato che in verità anche il Nord è silenziosamente scivolato fuori dall’orbita di un’autentica politica nazionale. Si è perso quel senso dell’Italia come di un un’unica comunità politica.
«Siamo in ginocchio. A settembre, quando la crisi sociale esploderà, apparirà chiaro a tutti, da sud a nord. Se vogliamo scongiurare che il mese di settembre del 2020 si riduca all’unico giorno di un altro 8 settembre, dobbiamo capire che o ci risolleveremo tutti insieme o non si risolleverà nessuno».
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