“Che cosa insegna il caso di corruzione in cui è stato coinvolto il Parlamento europeo?” Se lo chiede Sabino Cassese sul Corriere della Sera sottolineando che “la prima lezione che si trae dalla vicenda in corso è che il Parlamento europeo conta molto di più di quanto si creda, conta tanto da mobilitare nazioni straniere e ingenti quantità di denaro per influenzarne l’attività.
La seconda lezione è che il Parlamento sa reagire e decidere sollecitamente. La terza lezione della vicenda europea riguarda la cooperazione tra procura belga e Parlamento europeo.
Nonostante l’asimmetria (la prima è nazionale, il secondo è organo sovranazionale), l’intesa c’è stata: si potrebbe dire che il sistema giudiziario belga sta operando in funzione europea, per la cura dell’interesse comunitario.
Ma questa svolta nei rapporti tra singoli Stati ed Unione – osserva Cassese – pone non pochi problemi: in base a quale diritto operano i magistrati belgi?
Se un caso di corruzione si verificasse in organi dell’Unione stabiliti in altri Paesi, si applicherà il diritto di questi ultimi Paesi?
Non si corre così il rischio di un diritto penale e processual-penale europeo ad Arlecchino? Questi interrogativi ne introducono altri due.
Il primo riguarda i rapporti tra libertà di opinione dei parlamentari europei, insindacabilità delle loro opinioni, immunità, da un lato, e diritto belga dall’altro.
In quale misura possono garantirsi i giusti rapporti tra questi diversi ordini giuridici?
E come risolvere le eventuali contraddizioni quando, domani, un caso analogo si presenti in un’altra zona del vasto territorio dell’Unione, e sia quindi un’altra procura a indagare?
Una lacuna anche più grande è quella relativa alla rappresentanza di interessi. In tutte le società moderne operano non solo forze politiche, quelle che si chiamavano partiti, ma anche rappresentanze di interessi, gruppi, corporazioni, associazioni di categorie, circoli.
Ora, la crisi generalizzata della forza rappresentativa dei partiti politici rende sempre più evidente l’assenza del riconoscimento istituzionale dell’opera svolta, in regimi pluralistici e liberali, a livello europeo e nella dimensione nazionale, dalle rappresentanze degli interessi, un riconoscimento che – conclude – consentirebbe di individuare quelli legittimi e di separare quelli che sostengono le cause buone da quelli che operano oscuramente, dietro le quinte del potere per fini illeciti”.
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