Il 20 settembre “è una data con un duplice significato: la ritrovata capitale italiana, ma anche la fine del dominio temporale della Chiesa, che ha dato luogo a settanta anni di conflitti. Sarebbe bene che venisse festeggiato il primo, non il secondo significato”. Così in un’intervista a ‘Il Messaggero’ il costituzionalista Sabino Cassese, per il quale Roma adesso “deve darsi un ordinamento speciale, una classe dirigente all’altezza di una capitale, una struttura amministrativa non fatiscente, progetti ambiziosi, ma realizzabili. Sono tutte condizioni ora inesistenti”.
Non trova, gli viene chiesto, che senza una Capitale-guida l’Italia rischia di non avere un orizzonte? “Pensa davvero che Roma e la dirigenza del Paese facciano tutt’uno? Io penso – risponde – che tra i due poli vi sia un fossato. Parlamentari e uomini di governo, anche alti funzionari e certamente grandi imprenditori non si sentono a casa. Per molti di loro, come disse una volta un osservatore straniero, a Roma comincia l’Oriente”.
“Il centralismo – afferma ancora – ha due declinazioni. Una è quella tradizionale: il centro decide, la periferia esegue. Un’altra è quella nuova: si decide insieme, centro e periferia e per farlo, ci si incontra a Roma. Questo secondo centralismo, che si potrebbe chiamare debole, sarebbe iscritto nelle leggi che regolano le varie conferenze Stato regioni, autonomie locali. Ma che è successo con la pandemia? Il contrario: un inseguirsi di voci, una in contrasto con l’altra. Insomma, il centro deve esser capace di governare con, non contro la periferia”.
Per Roma oggi, conclude Cassese, “ci vorrebbe un politico di prima grandezza, consapevole che fare il sindaco di Roma vuol dire mettere la Capitale al servizio e alla guida del Paese. Ma di politici di prima grandezza ce ne sono pochi e nessuno pensa di dedicarsi a questa missione”.
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