Guarda il nuovo ponte di Genova, e ci vede “le mani di chi ci ha lavorato, in un certo punto vedo il gruista che ha messo giù le tre campate più grandi che sono lunge 50 metri e pesano 600 tonnellate l’una”.
“Credo che capiti a tutti quelli che lavorano con le mani: immagino che la ricamatrice, toccando con le dita la tela che ha ricamato, ritrovi nel punto saltato la propria miopia”.
Renzo Piano parla a ruota libera, in un’intervista su ‘Repubblica’, delle emozioni che prova nel guardare il ponte che ha progettato a Genova e che sostituisce il ponte Morandi, crollato nell’estate di tre anni fa.
“Io vedo qui anche i progetti che abbiamo disegnato e scartato”.
“E vedo sempre l’altro ponte, quello che è crollato, il ponte di Riccardo Morandi che come tutti i genovesi anche io ho molto amato”.
L’architetto analizza poi il crollo anche da un punto di vista più intimo legato alla sofferenza del crollo.
“Quando crolla un ponte diventano peggiori anche gli uomini. E persino il crollo allora si portò dietro un po’ di retorica, ma il dolore era vero ed era collettivo”.
“Davanti a tutti c’era la potenza del dolore non declamato: i parenti delle vittime diedero e danno una grande lezione, vorrei dire di stile ma devo difendermi anche io dalla retorica”.
“Restarono a testa alta anche nella tragedia. Oggi il ponte tiene assieme tutto questo, unisce i separati e anche in metafora accorcia le distanze, nella sua semplicità”.
Per saperne di più:

Rinnovabili, il prezzo dell'inazione: perché frenare la transizione costa all'Italia più che acceler...

Innovazione, la sfida europea è trasformare la ricerca in industria | La proposta di Maurizio Casasc...

Paolo Savona, economista: “La lezione del '29 vale per l'intelligenza artificiale. Senza regole comu...

Giovani e disuguaglianze, perché il welfare deve ripartire dalla cultura: prevenire il disagio e dar...

Logistica e innovazione, Antonio Brunacci: serve un ecosistema integrato per rendere più competitivo...






