[L’intervento] Francesco Fimmanò (Corte dei Conti): «Il Covid ha evidenziato l’inadeguatezza tecnologica della sanità italiana. Utilizziamo il Recovery Fund per la Telemedicina»

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Che un giuseconomista si occupi del tema in oggetto può apparire assai strano, in realtà come in altri settori la nostra Italia è dotata di medici formidabili sul piano culturale ed applicativo, ma il problema nella fattispecie non è affatto sanitario nel senso tecnico, ma normativo, regolatorio, organizzativo e sistemico.

La telemedicina è, come noto, l’insieme delle tecniche mediche ed informatiche che permettono la cura di un paziente a distanza o più in generale di fornire servizi sanitari da remoto.

La possibilità di farsi visitare od osservare da lontano è una necessità urgente per tutte le persone che abitano in luoghi isolati, che hanno problemi di trasporto o di deambulazione oppure che si trovano in situazioni straordinarie – purtroppo ora fin troppo note – come il lockdown.

Nella stessa direzione vanno la teleassistenza, ovvero il servizio di assistenza a distanza garantito dall’utilizzo delle nuove tecnologie che trova in particolare la migliore applicazione nei casi i di malattie croniche che necessitino di assistenza prolungata nel tempo; la tele-infermieristica (e tele-ostetricia), pratiche che offrono supporto a distanza sul piano del monitoraggio, della sorveglianza e della consulenza laddove non sia necessario ovvero possibile lo spostamento in strutture sanitarie.

Il Coronavirus è stato uno stress test sulla urgenza e la necessità di un uso più diffuso di intelligenza artificiale e di telemedicina e teleassistenza home care, come accaduto in particolare in Cina. In verità già prima della pandemia il cocktail esplosivo italiano fatto dal numero degli anziani e dall’aumento vertiginoso delle malattie croniche imponeva il massiccio ricorso alle nuove tecnicalità.

Il Covid ha consentito di cogliere tutta l’inadeguatezza dello sforzo tecnologico finora compiuto nella sanità italiana, mancante di una politica di finalizzazione e di una strategia unitaria degli investimenti.

Viceversa si è dedicato tempo all’interminabile discussione sulla localizzazione dei datacenter o a sterili polemiche come quella  sulla App Immuni che evidentemente richiedeva un ambiente organizzativo di fondo per funzionare.

Eppure nel lontano 10 luglio 2012 l’Assemblea generale del Consiglio Superiore di Sanità  approvò le Linee di indirizzo nazionali sulla Telemedicina ed il 20 febbraio 2014 fu sancita l’intesa, in Conferenza Stato Regioni, sul documento “Telemedicina – Linee di indirizzo nazionali”.

Le Linee di Indirizzo individuavano in particolare gli elementi di riferimento necessari per una coerente progettazione ed impiego di tali sistemi nell’ambito del SSN, delineavano un quadro strategico nel quale collocare gli ambiti prioritari di applicazione, analizzavano modelli, processi e modalità di integrazione dei servizi nella pratica clinica, definivano classificazioni comuni, affrontavano aspetti concernenti i profili normativi e regolamentari e la sostenibilità economica dei servizi e delle prestazioni.

Eppure oggi il cd. Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) va completamente ripensato e dovrà essere soprattutto interoperabile con le App, i devices e le interfacce consumer utilizzate ormai dalle reti sociali elettroniche di comunicazione dei cittadini su Internet.

Lo stesso vale per le Cartelle Cliniche Elettroniche (CCE)dei medici di famiglia e degli specialisti ambulatoriali e ospedalieri che dovranno essere aperte alla raccolta di dati sulla continuità della cura auto-forniti dai pazienti una volta dimessi: i c.d.  PROMs (Patient-Reported Outcome Measures), ovvero misure di esito riportate dal paziente e i relativi dati di interazione. 

Allo stato non esiste una vera e propria normativa specifica, al di là delle citate linee guida  che oltre a inquadrare la telemedicina a livello europeo ed italiano, ne definiscono finalità e ambiti, rilevandone l’utilità con particolare riferimento al Teleconsulto (la cosiddetta second opinion in cui un medico trasmette gli esami di un paziente a un collega per un’opinione di controllo).

La telemedicina in Italia conta esperienze su tutto il territorio, tanto che il Ministero ha istituito già nel 2007 un Osservatorio Nazionale con la finalità di mappare e uniformare le iniziative e stimolare la diffusione di best practice e modelli di riferimento. Nei mesi scorsi è stata fatta una mappatura di tutti i progetti di telemedicina in corso sul territorio nazionale che sono in totale ben 282. Ma manca tuttora un quadro regolatorio ed una strategia unitaria.

In realtà i servizi che si avvalgono della telemedicina devono essere immediatamente collocati nella cornice normativa del SSN ed essere oggetto di un sistema di accreditamento adeguato al servizio erogato che dia garanzia ai pazienti, agli operatori e al soggetto «pagatore».

Occorre individuare una strategia unitaria che permetta di definire un quadro regolatorio coerente a livello regionale e nazionale in grado di facilitarne l’utilizzo.

Ciò anche al fine di garantire equità territoriale, sostenibilità dei costi, progettazione degli investimenti (anche privati) in grado di utilizzare il Recovery fund in un settore più che strategico.

La qualificazione della spesa sanitaria in investimenti funzionali all’implementazione della telemedicina è in grado di eliminare anche le criticità derivanti dalla sciagurata destrutturazione del sistema territoriale. Quale migliore finalizzazione delle grandi risorse che arriveranno dall’Europa e che peraltro produrranno nel medio termine minori costi di esercizio del sistema sanitario: una vera e propria “autostrada del sole”.

Dopo l’approvazione delle Linee nazionali sono stati emanati ulteriori indirizzi programmatori: si pensi al Patto della Salute 2014-2016, alle Specifiche tecniche per l’interoperabilità tra i sistemi regionali di Fascicolo Sanitario Elettronico  del 2015, alle Reti di eccellenza per le malattie rare, il Teleconsulto, la Telecooperazione, la Telesorveglianza dello stesso anno, al  nomenclatore ambulatoriale e LEA del 2017, alle diverse deliberazioni programmatorie di alcune Regioni comprensive dell’avvio di esperienze e sperimentazioni di percorsi.

Ma non sono mai stati definiti i requisiti specifici per l’Accreditamento, nel caso in cui gli oneri siano posti carico del SSN (come indicato anche nelle Linee guida ai capitoli 5 e 6) e, se l’erogazione del servizio avviene al di fuori del quadro regolatorio del SSN, non è stato mai neppure regolamentato il regime delle autorizzazioni sanitarie specifiche.

Per la telemedicina, ciascuna Regione, singolarmente o in collaborazione con altre (si spera utilizzando il modello della cooperazione rafforzata di cui all’art. 117 comma 8 della Costituzione), deve giungere rapidamente ad una definizione di nuovi criteri per l’accreditamento di Centri Erogatori, criteri che devono essere adeguati al tipo di servizio e necessariamente declinati in modo differente dagli attuali requisiti richiesti, si pensi ad esempio ai requisiti strutturali, tecnologici, di sicurezza, di privacy e professionali.

Chiaramente la Telemedicina esige la necessaria ed urgentissima formazione settoriale non solo dei medici, degli infermieri, degli operatori e degli informatici ma anche degli utenti bisognosi spesso di una educazione digitale di base specie quando sono anziani. Occorre peraltro una formazione integrata della medicina con le scienze organizzative, la ingegneria informatica, biomedica e biotecnologia. Non è più un problema di interdisciplinarietà ma di multisettorialità. Anche in questo siamo indietro.

L’italia è l’unico Paese a economia capitalistica avanzata in cui non si possono frequentare due corsi di laurea insieme od un master di secondo livello di più di 1600 ore ed un corso di laurea, od un corso di laurea ed un dottorato.

Quando negli altri paesi ci sono persino incentivi fiscali a tal fine. E questo in virtù di un vecchio divieto normativo risalente al 1933.

Quindi gli studenti sono costretti ad andare all’estero altrimenti uno dei titoli acquisito in contemporanea non è riconosciuto dal Ministero dell’università.

Proprio in campo medico infatti la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata contro l’Italia nel 2019 obbligandola a riconoscere a un nostro cittadino (che si era contemporaneamente laureato ad Innsbruck in medicina ed odontoiatria) due titoli acquisiti in cinque anni quando in Italia ce ne sarebbero voluti 11.

E la esigenza impellente di una formazione integrata come ad esempio informatica e meda od ingegneristica e biotecnologica non è il futuro ma il presente anzi il passato prossimo.

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