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Quando De Gasperi rinunciò al Quirinale per ricostruire l’Italia del Dopoguerra. La lezione da ricordare

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“Via via che passano i giorni, un timore si diffonde nei palazzi romani: che la matassa del Quirinale si trasformi in un groviglio inestricabile, per cui alla fine i due soli personaggi da tutelare, Mattarella e Draghi, entrambi indispensabili alle istituzioni, siano travolti dal grande frullatore”.

Lo sostiene Stefano Folli, editorialista e attento osservatore della politica italiana.

“Quel meccanismo che si mette in moto quando manca un baricentro, o se si vuole un regista riconosciuto in grado di gestire operazioni complesse. In giro ci sono molti tattici ma forse nessun stratega, quando invece la partita intorno alla presidenza della Repubblica è materia per gli strateghi più che per i tattici” annota sul suo quotidiano Il Punto sulle pagine di Repubblica.

“Mai in passato il sistema politico era apparso così sfilacciato. Circostanza che dovrebbe consigliare di proteggere la stabilità come il bene più prezioso. E oggi, piaccia o no, la stabilità del sistema s’incarna nell’attuale capo dello Stato e nell’attuale presidente del Consiglio”.

“Ci sono poi alcune esperienze del passato che tornano alla mente oggi che si parla di semi presidenzialismo di fatto. Nel 1948, reduce dalla vittoria elettorale del 18 aprile, Alcide De Gasperi avrebbe avuto poche difficoltà a farsi eleggere presidente della Repubblica”.

“Ma non ne ebbe la tentazione. Era consapevole che l’opera immane di ricostruire l’Italia poteva essere svolta solo da Palazzo Chigi, così come era convinto che nell’equilibrio costituzionale italiano il potere esecutivo è del presidente del Consiglio e il garante dell’unità nazionale siede al Quirinale. Agi quindi per essere il “grande elettore” del primo presidente”.

“Non ebbe successo con Carlo Sforza, pensò a Benedetto Croce e infine la sua scelta felice cadde sul nome prestigioso di Luigi Einaudi. Da notare che Croce, due anni prima, avrebbe potuto essere capo provvisorio dello Stato, se solo avesse accettato di candidarsi”.

“Pietro Nenni gli aveva già promesso il voto dei socialisti, chiedendogli in cambio un segno di disponibilità. Ma il filosofo declinò con una nobile lettera: chissà, la storia d’Italia avrebbe potuto essere diversa, anticipando il centrosinistra”.

“In ogni caso l’episodio dimostra che non è sempre vero che al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati. Talvolta l’incertezza sulle intenzioni di una persona, specie se si tratta di una figura centrale nelle istituzioni, genera equivoci e incoraggia, senza volerlo, le manovre tattiche: le meno adatte a individuare soluzioni appropriate”.

“In fondo – chiosa Folli – quasi ogni presidente nella storia repubblicana ha incarnato un cambio di scenario. E oggi? Se la posta in gioco è la stabilità come premessa della ripresa economica e sociale, il buon senso suggerisce di alterare il meno possibile l’assetto raggiunto”. 

“Se ragionassero sulle grandi difficoltà che abbiamo di fronte una soluzione, alla fine, la troverebbero. Ma   non ragionano di questo, e il rischio è impantanarsi votazione dietro   votazione”.

Ciriaco De Mita parla con la Stampa del senso di   responsabilità, che a suo avviso mancherebbe, nei partiti che dovranno eleggere il prossimo capo dello stato.

E di un parlamento diviso, sottolinea, ”rispetto ai miei tempi, quando Francesco Cossiga fu eletto con 752 voti. L’idea di scaricare sul Quirinale le tensioni che agitano il sistema dei partiti non è corretta – aggiunge – È un   pericoloso espediente, oltre che un evidente scarico di   responsabilità”.

“Per altro, al momento – ripeto, al momento – mi pare   anche un’idea votata al completo fallimento. La mia impressione è che   Mattarella si sia posto – e ora stia ponendo agli altri – un problema   che non ha nulla di personale. Ritiene – e lo ritengo anch’ io – che   la questione riguardi ormai la salvezza dell’organo costituzionalePresidenza della Repubblica così come lo abbiamo conosciuto e lo   conosciamo: il punto più alto di ogni garanzia democratica non può   esser continuamente strattonato dai partiti o trasformarsi in camera   di compensazione delle loro tensioni”.       

“Che si pensi al presidente del Consiglio come futuro capo dello Stato  ci sta – prosegue l’ex segretario della Dc e oggi sindaco di Nusco, suo paesino natale in provincia di Avellino – ma toccherebbe ragionare  anche su cosa ne sarebbe del governo”.

“Mario Draghi ha dimostrato doti straordinarie come amministratore del governo e del Paese. Ed è anche   riuscito, fino ad ora, a tenere in equilibrio una maggioranza di forze totalmente eterogenee: c’è qualcun altro che potrebbe esser capace di   tanto? La mia opinione – e provo a dirlo con la massima chiarezza – è  che tenere Draghi a Palazzo Chigi non è un’opportunità ma una necessità per il Paese”.

“La via maestra per l’elezione del presidente  della Repubblica resta quella del Parlamento. Poi, certo, c’è il   problema dello stato dei partiti e della pletora di leader solitari –   soli, direi – che calcano la scena, che forse non piacciono più nemmeno agli elettori.

“Mai ci si e’ interrogati tanto  insistentemente su chi sara’ il prossimo presidente della  Repubblica”, tanto che “la politica sembra essere sospesa in  attesa del prossimo mese di gennaio” osserva dalle colonne del Corriere della Sera Sabino Cassese, giudice emerito della  Corte costituzionale.

Ma il motivo di questo interesse  straordinario non risiede, annota Cassese in un suo editoriale di ieri “nel fatto che il  nostro Stato potrebbe evolvere da una Repubblica parlamentare  verso una Repubblica semipresidenziale” ma “nel contesto” che il  novo presidente “si trovera’ a gestire”. 

Osserva l’editorialista: “E’ noto che il presidente italiano ha innanzitutto un ruolo, quello di gestore delle crisi di governo.  Suo compito e’ di dare un governo al Paese; nell’impossibilita’ di farlo, di sciogliere il Parlamento e di ridare voce ai  cittadini. Fino alla presidenza Cossiga, i presidenti italiani hanno dovuto gestire una crisi per anno (Leone e Pertini anche  piu’ di una), e Leone, Pertini, Cossiga e Scalfaro hanno dovuto  sciogliere piu’ di una volta il Parlamento. Con la cosiddetta  Seconda Repubblica, le crisi di governo sono divenute meno  frequenti”, tuttavia “ora, il Paese e’ frammentato come non lo  era mai stato prima” quindi “ci si aspetta che il prossimo  presidente svolga un ruolo accentuato di gestore delle crisi,  perche’ si prevede che la frammentazione richieda il massimo  sforzo combinatorio dal prossimo inquilino del Quirinale” anche  perche’ “si prevedono anni turbolenti, e quindi ci si puo’  attendere l’esercizio frequente dei poteri che la Costituzione  attribuisce al presidente”.

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