“Oggi non c’è un eccesso, ma una enorme mancanza di burocrazia, nel senso di uffici in grado di svolgere i compiti richiesti”.
Lo sostiene Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia del governo Conte I.
“Quello che è in eccesso è la domanda di burocrazia insita in ogni norma, ma anche perché si assume sempre che ci sia un’offerta adeguata, cioè una catena produttiva adeguata” spiega Tria in un intervento pubblicato sulle pagine del Sole 24 Ore.
“Quando come ministro dell’Economia e delle finanze chiesi un anno fa, come tanti altri prima di me, che fossero fissati tempi certi per le autorizzazioni che devono essere rilasciate dagli uffici centrali e periferici del ministero dei Beni e le attività culturali e del turismo, le sovrintendenze, ricevetti un diniego ma anche una risposta che ritenni molto seria da parte del ministro competente: «Qualunque termine rappresenterebbe una sanatoria perché gli uffici non sono in grado di rispondere essendo sguarniti di personale».
“In altri termini, mi disse che non aveva l’apriscatole e non voleva “assumere” di averlo. La risposta, ovvia, era quella di predisporre un piano di assunzioni di nuovo personale in modo tale che le sovrintendenze fossero in grado di rispondere con rigore e tempi brevi e perentori alle richieste di autorizzazione, cioè la risposta era quella di comprare l’apriscatole, come si è fatto di corsa sul piano medico di fronte alla pandemia”.
E arriva al cuore del suo ragionamento: “Il modello di Genova è di grande interesse, ma ha un punto di partenza irripetibile nella maggior parte dei casi, c’era il progetto di un grande architetto che è stato donato alla città e ci si è rivolti subito a grandi imprese esecutrici con affidamenti diretti”.
“Normalmente non c’è il progetto e come prima cosa si deve decidere chi lo fa. L’Italia ha bisogno non solo di 10 o 15 grandi progetti, ma di migliaia di progetti, sia per nuove opere sia per manutenzioni e ristrutturazioni. Prima di arrivare alle autorizzazioni delle sovrintendenze, vediamo se i provveditorati alle opere pubbliche sono in grado di svolgere il loro compito”.
“Oggi siamo in attesa di un decreto che rilanci gli investimenti pubblici intervenendo, tra l’altro, sul Codice degli appalti”.
E infine chiosa: “Poiché nell’estate 2018 la Presidenza del Consiglio varò una gigantesca consultazione pubblica in proposito, sicuramente dopo quasi due anni avrà le idee chiarissime su cosa fare sul piano giuridico e che non si limiterà ad “assumere” che qualcuno poi applichi”.
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