Riforma complessiva del fisco, sì. Ma solo con largo consenso politico in Parlamento. Così è intervenuto l’economista Pietro Garibaldi, sulle pagine de La Stampa, commentando il discorso di Draghi in Senato a proposito del sistema di tassazione italiano. E quindi «nella situazione italiana, qualunque riforma fiscale dovrà rispettare un obiettivo prioritario e un vincolo essenziale», cioè la riduzione dell’imposizione fiscale sul lavoro.
Secondo Garibaldi, il vincolo fondamentale per la riforma è che non può essere fatta in disavanzo, visto il debito pubblico che ha raggiunto quasi il 160 per cento. Per questo «occorre rimodulare al rialzo il resto dell’imposizione fiscale. Una prima possibilità sarebbe quella di aumentare l’Iva e l’imposta sui consumi». Uno scenario logicamente immaginabile, vista la situazione italiana, ma che sicuramente scatenerebbe le forze politiche che sostengono l’esecutivo. «Immaginate poi la reazione dei commercianti che sosterrebbero – solo in parte con ragione – che la riforma deprime i consumi».
Garibaldi, però, sostiene che un’altra soluzione ci sarebbe. «Un’alternativa per finanziare la riduzione delle imposte sul lavoro sarebbe quella di reintrodurre l’imposta sulla prima casa, una delle più odiate imposte d’Italia» ma «aumentare le imposte sui redditi di impresa è poco ragionevole quando migliaia di imprese stanno fallendo. Molti dei partiti al governo saranno certamente contrari». Motivo per cui tornerebbe di moda la famosa “patrimoniale”. «Non resta che pensare a un’imposizione patrimoniale. Oggi esiste un’imposta sulle seconde case e una modesta imposta sui patrimoni finanziari. Per generare un gettito sostanziale, sarà necessario superare i veti dei partiti di centrodestra e convincere quelli di centrosinistra che chi ha un patrimonio di poche centinaia di migliaia di euro debba essere soggetto all’imposta», scrive Garibaldi, per il quale «la riforma fiscale è fondamentale, ma altissimo è il rischio che la sua attuazione finisca ostaggio di veti incrociati in Parlamento».
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