“I nostri governatori sono federalisti a intermittenza”. Anche Pierfrancesco De Robertis, sul Quotidiano Nazionale, punta l’indice contro i presidenti di Regione, che “quando capiscono che «non andrà tutto bene», che il paese è sull’orlo di una crisi di nervi, chiedono una «linea nazionale» e vogliono che sia il governo centrale ad assumersi l’onere di un lockdown generale e misure drastiche.
E dire – sottolinea – che nella maggior parte sono i governatori che si erano spinti avanti nel rivendicare l’autonomia, addirittura promuovendo modifiche costituzionali o referendum. Invece adesso, no. Il federalismo diventa un’opzione tra le tante. Nonostante che la tutela della salute sia materia regionale per eccellenza e nonostante la pandemia abbia assunto proporzioni e caratteristiche differenziate a seconda dei territori. Nonostante inoltre che una delle critiche più serrate, e anche giustificate, rivolte lo scorso marzo a Conte da numerose regioni fosse proprio quella di aver affrontato realtà diverse con provvedimenti analoghi.
La scure del lockdown si abbatté con la medesima forza sul lazzaretto della Lombardia e su un sud ai tempi immune al virus. In questa seconda fase della pandemia, invece, di fughe in avanti i governatori ne hanno compiute più di una, ma sempre o quasi sempre per allargare le maglie dei provvedimenti nazionali. Certo, anche il governo ha contribuito a questo stato di perenne conflitto istituzionale, dando l’idea di praticare alternativamente l’arte dello scaricabarile o della prevaricazione più che perseguire quel coinvolgimento degli enti locali previsto almeno in materia sanitaria dal Titolo V della Costituzione.
Si possono affrontare certi periodi di crisi con un’ottica centralista o federalista, l’importante è che ci sia un’idea, un metodo di governo coerente. L’idea italiana, da una parte e dall’altra, pare essere stata la Babele”.
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