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Perderemo l’appuntamento per l’ambiente del 2030 | Lo scenario di Pia Saraceno

L’Italia non è sulla strada per arrivare al 2030 con una riduzione delle emissioni del 55%: rispetto al 1990 la riduzione è stata del 26%, percorrendo meno della metà del percorso.

La distanza da colmare nei prossimi sei anni è rilevante e difficilmente raggiungibile, sia per quanto riguarda gli obiettivi di riduzione delle emissioni attraverso l’aumento della quota di fonti rinnovabili sul totale dei consumi finali (da innalzare dal 20% attuale ad oltre il 40% nel 2030) che per quanto riguarda la loro riduzione nei comparti utilizzatori di energia non soggetti all’acquisto di quote d’emissione tra cui i trasporti in particolare.

Il rapporto Asvis 2024 segnala che il nostro percorso è più lento di quello in atto in altre economie europee, il secondo report “Zero Carbon Policy Agenda” del Politecnico di Milano, in uscita, sottolinea che l’Italia sta investendo meno di altri paesi e che anche le risorse di Repower Europe e PNRR sono state devolute in misura minore in Italia all’obiettivo della decarbonizzazione rispetto agli altri paesi.

La fattibilità degli obiettivi nei tempi stretti in cui devono essere realizzati dipende innanzitutto dalla determinazione con cui il Governo intende perseguirli.

Su questo punto vi sono state dichiarazioni esplicite in questi mesi sulla volontà di rallentare.

Nel PNIEC (del giugno scorso) e nel Piano strutturale di bilancio 2025-2029 inviato alla Commissione Ue a fine settembre, il Governo si pone obiettivi meno ambiziosi, in base al richiamato approccio “non ideologico” e conservativo.

In particolare, nel settore LULUCF (foreste ed uso del suolo) e nei settori non ETS il Governo conta di raggiungere rispettivamente l’80% ed il 90% degli obiettivi cui l’Italia si era vincolata.

La nuova legislazione pone nuovi vincoli ed aggiunge elementi d’incertezza.

Il raddoppio della quota delle rinnovabili sul totale dei consumi finali richiederebbe un’accelerazione, ma l’autonomia differenziata allungherà invece e renderà più incerte le autorizzazioni, nonostante le semplificazioni al processo introdotte negli ultimi anni e nonostante i buoni profitti per gli investitori, con tutta probabilità garantiti dal decreto in dirittura d’arrivo per le aste delle rinnovabili.

Come corollario le rinnovabili ci costeranno di più ed i prezzi dell’energia continueranno più a lungo ad essere dominati dal prezzo del gas.

Improbabile, inoltre, che la quota delle rinnovabili nei trasporti possa salire dall’8% al 34% nel 2030 perché il nostro Governo ha reso esplicita la volontà di volere ridiscutere la fine al 2035 nella produzione di autoveicoli che emettono gas climalteranti.

La crisi del settore dell’auto dipende in parte anche da questo ed avrà effetto duraturo perché porta ad un rinvio degli investimenti e rallenta la predisposizione delle nuove infrastrutture di rete.

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