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PNRR: nei Comuni montani opere realizzate, ma restano i nodi di personale, cassa e gestione | Il dossier di Uncem

Il PNRR ha portato nei Comuni montani opere che molti enti non sarebbero riusciti a finanziare con risorse proprie, ma ha anche messo sotto pressione amministrazioni con poco personale, bilanci ridotti e difficoltà nell’anticipare le spese.

Alla scadenza del 31 agosto 2026 indicata da Uncem per il raggiungimento di traguardi e obiettivi del Piano, il giudizio raccolto tra amministratori e personale degli enti locali resta quindi diviso.

Un dato riassume la preoccupazione per ciò che non è ancora concluso: il 78,2% dei partecipanti alla consultazione ritiene importante consentire il completamento dei progetti anche oltre il 2026.

È il quadro che emerge da “PNRR come è andata. Montagne e Comuni in ItaliaDomani. Una prima analisi”, il dossier da poco pubblicato dall’Unione nazionale comuni comunità enti montani (Uncem) sulla base della consultazione avviata a luglio tra amministratori e personale degli enti locali.

Quella promossa da Uncem a luglio non è però un’indagine rappresentativa dei Comuni italiani.

L’associazione la definisce un’analisi politica e qualitativa, un primo “carotaggio” tra sindaci, assessori, consiglieri, amministratori di Unioni e Comunità montane, dirigenti e personale degli enti locali.

I risultati descrivono dunque le esperienze di chi ha risposto e non possono essere estesi statisticamente a tutti i Comuni montani.

È una distinzione necessaria soprattutto quando si leggono le percentuali del questionario.

Tra gli interventi che ricorrono più spesso nelle risposte ci sono l’edilizia scolastica e i servizi per l’infanzia: nuovi asili nido, poli dell’infanzia, scuole, mense e palestre, ma anche demolizioni e ricostruzioni, ampliamenti e recuperi di edifici esistenti.

Seguono la digitalizzazione della pubblica amministrazione, con migrazioni al cloud, rifacimento dei siti istituzionali e nuovi servizi online, e la sicurezza del territorio, con lavori su strade, torrenti, alvei e aree interessate da frane.

Tra gli esempi riportati figurano 600 mila euro per la messa in sicurezza di un alveo, 760 mila per una strada comunale e 3,3 milioni per la rinaturalizzazione del Po.

Altri progetti riguardano rigenerazione urbana, patrimonio pubblico, rifiuti, biodiversità, Green Communities e mobilità sostenibile; viene citata, fra gli altri interventi, una pista ciclabile da circa 1,8 milioni di euro.

La distribuzione delle opportunità, tuttavia, non appare uniforme.

Alcuni enti dichiarano di avere ottenuto finanziamenti consistenti per opere considerate strategiche, altri riferiscono di non avere ricevuto alcuna risorsa PNRR o di avere avuto accesso soltanto a interventi di portata limitata.

Nelle risposte compare anche il problema dei progetti entrati e poi usciti dal perimetro del Piano, come le cosiddette “piccole opere” originariamente finanziate dalla legge 160 del 2019.

Un rispondente sostiene inoltre che, in alcuni interventi infrastrutturali, criteri e impostazione dei bandi avrebbero avvantaggiato i grandi operatori rispetto alle piccole e medie imprese.

Si tratta di una valutazione individuale, non di una conclusione accertata dall’indagine.

Le difficoltà amministrative attraversano gran parte delle testimonianze.

Già in una precedente rilevazione Uncem del marzo 2026 soltanto il 28% dei sindaci interpellati si dichiarava certo di concludere i progetti nei tempi previsti; un altro 28% riteneva impossibile rispettare la scadenza e il 14% era ancora alle gare d’appalto.

Nella nuova consultazione tornano la carenza di personale tecnico e amministrativo, il peso della rendicontazione, le difficoltà nell’utilizzo di ReGiS, la ripetizione delle informazioni richieste, gli aggiornamenti delle piattaforme e i tempi giudicati troppo lunghi per ricevere chiarimenti dagli uffici ministeriali.

A pesare è anche la liquidità.

Diversi piccoli Comuni devono anticipare somme per pagare i lavori mentre, secondo le testimonianze raccolte, può trascorrere molto tempo fra la rendicontazione degli stati di avanzamento e l’erogazione delle risorse.

Da qui le richieste di anticipi più consistenti, procedure meno complesse, piattaforme integrate, linee guida stabili, interlocutori facilmente raggiungibili e uffici di supporto agli enti.

Un partecipante propone addirittura un anticipo dell’80% del finanziamento dopo l’aggiudicazione: è una proposta del singolo rispondente, non una misura indicata come soluzione già condivisa.

Il problema non viene ricondotto soltanto alle procedure.

Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem, lega le difficoltà dei piccoli enti anche alla riduzione degli strumenti istituzionali di aggregazione, richiamando il depotenziamento di Province e Comunità montane e la conseguente necessità, per molti Comuni, di affrontare autonomamente procedure tecniche complesse.

Nelle risposte aperte c’è chi lamenta esplicitamente il mancato finanziamento delle Unioni, ritenendolo responsabile di una maggiore frammentazione degli interventi.

Alcuni partecipanti criticano anche il ruolo delle Regioni, giudicato troppo direttivo o poco efficace; altri chiedono invece una programmazione stabile per aree omogenee, capace di superare la logica del singolo Comune.

Sono giudizi degli amministratori interpellati e come tali vanno letti.

La stessa cautela vale per le osservazioni sui privati.

Una risposta descrive come particolarmente difficile la partecipazione dei soggetti privati, mentre un’altra sostiene che il sistema abbia favorito organizzazioni e operatori con maggiore capacità economica, lasciando ai margini realtà più piccole.

Anche in questo caso non si tratta di un risultato dimostrato su scala nazionale, ma di esperienze e valutazioni emerse dalla consultazione.

Il confronto con le risorse messe in campo rende più evidente la distanza che può separare uno stanziamento dalla sua effettiva ricaduta sul territorio.

Tra le misure che Uncem richiama come rilevanti per montagne e aree interne figurano 800 milioni di euro per la logistica dei settori agroalimentare, pesca, acquacoltura e silvicoltura; 1,02 miliardi per l’Attrattività dei borghi e il Piano nazionale borghi; altri 600 milioni per architettura e paesaggio rurale.

Sul versante dei trasporti vengono indicati 940 milioni per il potenziamento delle linee regionali e 1,58 miliardi per le connessioni diagonali sull’Appennino.

Per le reti ultraveloci, banda larga e 5G, la cifra richiamata è di 6,3 miliardi.

Proprio il 5G compare però anche nelle risposte di alcuni amministratori tra i ritardi ancora avvertiti nelle zone montane: una sovrapposizione che segnala come l’esistenza di una misura finanziaria non coincida automaticamente, nei tempi percepiti dagli enti, con il superamento del divario.

Sul fronte sanitario vengono ricordati 2 miliardi per le case della comunità e 4 miliardi per assistenza domiciliare e telemedicina; 140 milioni sono destinati a 30 aree per le Green Communities.

La Strategia per le aree interne e montane viene associata a 830 milioni, mentre per la gestione del rischio alluvione e la riduzione del rischio idrogeologico sono indicati 2,49 miliardi.

Il Piano Borghi occupa una posizione particolare.

Da una parte compare tra gli strumenti attraverso i quali sono stati finanziati interventi di recupero e valorizzazione; dall’altra Bussone ribadisce il giudizio critico espresso da Uncem fin dall’avvio del programma, sostenendo che quella impostazione non abbia risposto adeguatamente alle esigenze dei territori.

La questione, per l’associazione, non è più stabilire soltanto quanto sia stato speso, ma verificare nei prossimi anni quali risultati economici e sociali abbiano prodotto gli interventi.

Anche il capitolo delle riforme restituisce una valutazione problematica.

Il 57,5% dei partecipanti ritiene che le riforme previste dall’Italia all’avvio del PNRR non siano state realizzate in modo efficace; il 13,8% risponde positivamente e il 28,7% dichiara di non saperlo.

Alla domanda se una riforma del Testo unico degli enti locali avrebbe reso i Comuni più preparati ad affrontare il Piano, il 54% risponde sì, il 16,1% no e il 29,9% non esprime una valutazione.

Anche questi dati misurano l’opinione dei partecipanti alla consultazione, non l’effettivo grado di attuazione giuridica o amministrativa delle singole riforme.

Resta infine il problema di ciò che accade dopo il cantiere.

Un asilo, una scuola o una casa della comunità possono essere completati nei tempi e tuttavia non funzionare a pieno regime se mancano risorse correnti per personale, manutenzione e gestione.

È questo il passaggio che Uncem indica come decisivo per giudicare il PNRR nelle aree montane: non la sola capacità di spendere e costruire, ma la durata dei servizi e l’effetto degli investimenti sulle comunità.

Da qui le richieste di fondi per la gestione delle opere, assunzioni dedicate, tempi certi nei pagamenti e un maggiore sostegno tecnico ai piccoli enti.

La prospettiva indicata da Bussone guarda già alla programmazione europea 2028-2034 e al possibile “Right to Stay”, il “diritto a restare” richiamato dall’associazione.

La proposta è utilizzare l’esperienza del PNRR per ridurre la frammentazione dei bandi e programmare gli investimenti per territori omogenei, valutandone prima gli effetti attesi.

La verifica, per scuole, asili, case della comunità, Green Communities, comunità energetiche e opere contro il dissesto, resta dunque aperta: i cantieri e le risorse raccontano una parte del Piano; la capacità di mantenere servizi, personale e infrastrutture dirà quanto di quell’investimento sarà rimasto davvero nei territori.

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