Su Libero, Fabio Dragoni sostiene che il rincaro dei carburanti in Italia non dipenda soltanto dall’aumento del prezzo del petrolio, ma soprattutto dalla pressione fiscale e dalla riduzione della capacità di raffinazione.
Nel 2008 il Brent costava in media circa 66 euro al barile, contro i 79 del 2026, con un aumento del 20%; nello stesso periodo la benzina è passata da 1,38 a 1,82 euro al litro, crescendo del 32%, e il gasolio da 1,34 a 1,95 euro, con un incremento del 45%.
Dragoni osserva inoltre che, senza imposte, i prezzi alla pompa sarebbero molto inferiori.
Dragoni individua un secondo fattore nella contrazione della raffinazione: dal 2008 la capacità italiana sarebbe diminuita tra il 22 e il 30%, mentre nell’Unione europea il calo sarebbe stato del 14%.
Questa riduzione è legata, secondo Dragoni, alle politiche del Green New Deal, fondate sulla previsione che la diffusione dell’auto elettrica avrebbe ridotto la domanda di carburanti.
Le raffinerie italiane producono ancora più benzina e gasolio di quanto ne consumi il mercato nazionale, ma operano su scala europea: quando diminuisce la produzione in altri Paesi, cresce la domanda rivolta agli impianti italiani e la scarsità europea si riflette sui prezzi interni.
Nel confronto con l’Ue, comunque, i prezzi italiani risultano sostanzialmente in linea con la media.
Dragoni conclude che interventi locali per calmierare i prezzi possono avere effetti limitati e che lo Stato dispone di due strumenti più importanti: ridurre per quanto possibile le accise e favorire un aumento della capacità di raffinazione, invertendo la tendenza degli ultimi anni.
Il livello elevato dei carburanti avrebbe infatti carattere strutturale: dal 2022 benzina e gasolio si mantengono rispettivamente intorno a 1,80 e 1,95 euro al litro.
Le guerre e gli attacchi alle raffinerie aggravano ulteriormente il problema, ma proprio per questo, secondo Dragoni, l’Italia dovrebbe intervenire sui fattori sui quali può esercitare direttamente un controllo.








