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Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export: “I volumi scendono dell’1,7%. L’Italia deve esportare di più”

Il surplus commerciale italiano raggiunge a luglio 8,24 miliardi di euro e le esportazioni crescono del 4,7% su base annua in valore.

Una buona notizia per l’Italia.

Ma non una fotografia sufficiente dello stato di salute del nostro sistema esportatore.

A sottolinearlo è Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export, che invita a leggere nella loro interezza i dati diffusi dall’ISTAT.

“Partiamo da una premessa semplice: i numeri dell’ISTAT non si discutono.

Si studiano.

E proprio studiandoli emerge una fotografia che richiede molta più attenzione rispetto alla lettura del solo valore nominale dell’export”.

A luglio le esportazioni italiane aumentano del 4,7% in valore, ma contemporaneamente diminuiscono dell’1,7% in volume.

Nello stesso mese i prezzi all’importazione aumentano del 5,0% rispetto a un anno prima.

“Tradotto in un linguaggio comprensibile a tutti – spiega Zurino – incassiamo più euro dall’export, ma non stiamo spedendo il 4,7% di merci in più.

Al contrario, i volumi diminuiscono dell’1,7%.

Il valore nominale è importante, ma non può essere confuso con la crescita reale.

Quando aumentano energia, materie prime, componenti, trasporti e costi degli input, una parte di questi aumenti attraversa inevitabilmente le filiere e arriva al valore finale dei prodotti.

Per questo dobbiamo avere il rigore di distinguere tra crescita dei valori e crescita delle quantità”.

Anche il surplus commerciale di 8,24 miliardi merita, secondo il Forum Italiano dell’Export, una lettura più approfondita.

Il deficit energetico, infatti, passa dai 4,117 miliardi di luglio 2025 ai 5,515 miliardi di luglio 2026, mentre l’avanzo dei prodotti non energetici cresce da 11,947 a 13,756 miliardi.

“Il saldo è positivo e dobbiamo esserne soddisfatti.

Ma governare un sistema economico significa guardare dentro il numero, non fermarsi davanti al numero”.

Per Zurino esiste poi un secondo tema, ancora più strutturale.

Secondo i dati ISTAT-ICE riferiti al 2024, in Italia sono stati censiti 133.437 operatori all’export.

Ma il numero decisivo è un altro: il 45,5% esporta verso un solo mercato.

Soltanto il 18% opera in più di dieci mercati.

“È qui – afferma Zurino – che dobbiamo avere il coraggio di spostare il dibattito.

Quasi un operatore italiano all’export su due è presente in un solo mercato.

Questo significa che possediamo un patrimonio produttivo straordinario, ma abbiamo ancora un enorme potenziale di internazionalizzazione da liberare.

La politica dell’export dei prossimi anni non può essere giudicata esclusivamente chiedendo quanti miliardi abbiamo esportato.

Dobbiamo cominciare a chiederci quanti italiani siamo riusciti a portare a esportare e in quanti mercati siamo riusciti a farli rimanere”.

Per il presidente del Forum Italiano dell’Export la strategia dovrebbe essere misurabile.

“Abbiamo bisogno di obiettivi semplici.

Portare un’impresa che oggi non esporta verso il primo mercato internazionale.

Portare chi esporta in un solo Paese verso il secondo e il terzo.

Aiutare chi è già internazionale a diversificare ulteriormente le proprie geografie.

E misurare ogni anno quanti nuovi esportatori abbiamo creato e quanto è aumentata la loro diversificazione”.

La questione non è contrapporre i mercati emergenti a quelli tradizionali.

Germania, Francia, Stati Uniti e gli altri mercati maturi restano fondamentali per il Made in Italy.

Sarebbe irresponsabile sostenere il contrario.

Ma presidiare ciò che già conosciamo non basta più.

Dobbiamo accompagnare maggiormente le nostre imprese verso le geografie nelle quali cresceranno popolazione, consumi e domanda nei prossimi decenni, diversificando il rischio commerciale e geopolitico.

Un’impresa presente in cinque mercati è strutturalmente diversa da un’impresa dipendente da un solo Paese.

Non soltanto perché vende di più: perché è più resistente”.

Zurino indica quindi una diversa chiave di lettura della competitività italiana.

“Quando escono i dati sull’export dovremmo guardare almeno cinque cose: valore, volumi, numero degli operatori, numero dei mercati presidiati e marginalità delle imprese.

Se aumenta il valore ma diminuiscono i volumi, dobbiamo comprenderne le ragioni.

Se aumenta il surplus ma aumentano fortemente alcuni costi, dobbiamo analizzarne l’impatto.

Se quasi metà degli operatori esporta in un solo mercato, dobbiamo chiederci come trasformare quell’esportatore in un’impresa realmente internazionalizzata.

Questa non è una lettura pessimistica dell’Italia.

È esattamente il contrario.

Significa credere talmente tanto nella forza del nostro sistema produttivo da non accontentarsi di un titolo positivo”.

Il Forum Italiano dell’Export propone quindi di affiancare alla tradizionale misurazione del valore complessivo delle esportazioni alcuni indicatori permanenti sulla qualità dell’internazionalizzazione italiana: evoluzione dei volumi, ampliamento della base esportatrice, numero medio di mercati per operatore, ingresso delle PMI in nuove geografie e continuità della loro presenza internazionale.

“Abbiamo imprese, prodotti, manifattura, territori e competenze che il mondo continua a riconoscere.

Adesso dobbiamo trasformare questa forza in una presenza internazionale più larga, più profonda e più diversificata.

Non dobbiamo raccontare che l’export italiano va male quando va bene.

Ma non dobbiamo neppure raccontare che cresce realmente del 4,7% quando quel +4,7% riguarda il valore e, nello stesso periodo, i volumi diminuiscono dell’1,7%.

La sfida non è costruire una narrazione sull’export italiano.

La sfida è costruire nuovi esportatori italiani.

Più imprese.

Più mercati.

Più volumi.

Più continuità.

È questa la politica industriale dell’export di cui l’Italia ha bisogno”.

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