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Marcello Messori, economista già presidente di Assogestioni: “Il piano di Lovaglio è arduo, i fondi preferiscono Intesa”

“Le due Ops varate da Mps sono molto difficili da tradurre in processi concreti”.

A sottolinearlo in un’intervista a Repubblica è Marcello Messori, economista già presidente di Assogestioni e oggi visiting fellow dell’Istituto universitario europeo di Firenze e dello Iep Bocconi.

Il primo ostacolo, spiega, sarà rappresentato dalle scelte dei due principali azionisti di Mps all’assemblea di ottobre.

“Se Delfin e Caltagirone, come già fecero per il rinnovo del cda, votassero in contrapposizione, il quorum della maggioranza qualificata sarebbe davvero difficile da raggiungere”.

Messori guarda in particolare alla distanza tra i due soci sulle strategie per Mediobanca e Generali.

“Sarei davvero sorpreso se ora, nel votare le due Ops, i due maggiori soci rivedessero le loro scelte e si ritrovassero uniti a sostenerle.

Ma in caso di loro voto contrapposto, sarebbe davvero impervio raggiungere il 66% e le offerte decadrebbero”.

Un peso importante lo avranno anche gli investitori istituzionali, che detengono il 36% e hanno sostenuto l’amministratore delegato Luigi Lovaglio fin dalla scalata a Mediobanca.

“Il fatto però che molti di loro siano anche in Intesa Sanpaolo, e giovedì abbiano coralmente approvato la sua Opas su Mps, porta a credere che per Lovaglio sarà ancor più arduo ottenere il 66% dei voti presenti”, osserva l’economista.

I fondi che hanno votato a favore dell’Opas di Intesa potrebbero tuttavia sostenere anche le Ops di Mps, per mantenere aperte più opzioni.

Per Messori, in linea di principio, “appoggiare ambedue i progetti è possibile”, ma bisogna capire la logica della scelta.

“Se i gestori azionisti di Intesa avessero espresso un supporto preliminare per non precludersi altre opzioni, sarebbe un conto.

Ma se il voto all’Opas si è basato su valutazioni quali il peso relativo nei due gruppi rivali, le aspettative di redditività futura e le previsioni sulle strategie, la compatibilità formale diventa incompatibilità di fatto”.

I prossimi giudizi dei proxy advisor potranno avere un peso, ma, sottolinea, “non per i grandi gestori”.

La sua valutazione è netta: “Personalmente, ritengo che i maggiori investitori istituzionali di Intesa Sanpaolo abbiano fatto una scelta ponderata e strategica, e che questa avrà un effetto trascinamento sugli altri”.

Altro ostacolo per Mps è rappresentato da Crédit Agricole, che detiene il 30% di Banco Bpm e non sembra intenzionato a diluirsi nel terzo polo a guida senese.

Anche nel caso in cui l’assemblea di Mps approvasse l’Ops, Messori ritiene difficile che una quota adeguata degli azionisti di Banco Bpm possa aderire.

L’azionista francese, osserva, “avendo quasi un terzo del capitale può bloccare ogni operazione straordinaria”.

E la prospettiva di diventare un socio importante del polo Mps-Banco Bpm-Mediobanca-Banca Generali, secondo l’economista, “non può competere con la vera finalità strategica della banca francese, che ne spiega la silenziosa e graduale scalata a Banco Bpm: sfruttare le relative aperture del mercato bancario per consolidare Bpm con Crédit Agricole Italia”.

Una prospettiva che, secondo Messori, potrebbe risultare interessante anche per gli azionisti di minoranza di Banco Bpm, perché il nuovo gruppo “incorporerebbe molte ‘fabbriche prodotto’ complementari, potrebbe offrire una gamma di servizi con buona redditività e darebbe un accesso privilegiato al mercato finanziario europeo”.

Quanto al possibile ruolo del governo, l’economista non vede criticità nella presenza francese in sé: “A me non preoccupano tali aspetti, perché Crédit Agricole è un gruppo europeo e non vedo discriminanti”.

Tuttavia, la nascita di un terzo polo italiano con Crédit Agricole primo azionista “rappresenterebbe però una contraddizione in seno a un governo che l’anno scorso ha utilizzato il golden power nel modo arbitrario che sappiamo per frenare l’acquisizione di Banco Bpm da parte di Unicredit, una banca italiana”.

Infine, c’è il nodo delle sovrapposizioni tra le reti.

In caso di integrazione tra Mps e Banco Bpm si stimano 250-300 filiali eccedenti rispetto ai limiti Antitrust.

“Trattandosi di gruppi bancari di media dimensione, se la forchetta fosse questa sarebbe un numero davvero rilevante per Banco Bpm”, osserva Messori.

Le sovrapposizioni ci sono, anche se inferiori a quelle dell’Opas di Intesa, ma “non è solo una questione di sportelli”.

L’incorporazione di Bpm in Mps, conclude, richiederebbe anche “di depotenziare l’attività caratteristica e i canali distributivi di molte delle attuali ‘fabbriche prodotto’ di Banco Bpm, che si troverebbero schiacciate da Mediobanca, da Banca Generali o da Generali”.

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