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Opere pubbliche, meno burocrazia e più tecnologia. La ricetta di Divella per il rilancio dell’Italia

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Per Vincenzo Divella, amministratore delegato dell’azienda alimentare che porta il nome della sua famiglia, “la crisi può diventare un’opportunità, ma ci vuole coraggio: nell’emergenza la nostra azienda ha accresciuto redditività ed export”.

La Divella è il secondo gruppo in Italia (dopo Barilla) per la pasta secca, fattura 310 milioni di euro l’anno, ha 310 dipendenti, e produce tra semole, farine, pasta secca, pasta fresca e biscotti oltre 30.000 quintali di prodotti al giorno,macinando quotidianamente 25.000 quintali di grano.  

Da 130 anni Divella coltiva la “passione Mediterranea”, nata nel 1890 in un’antica cittadina alle porte di Bari, Rutigliano (poco più di 18 mila abitanti).

Divella esporta la pasta e tutto il resto dei suoi prodotti in tutto il mondo, e principalmente in Germania, Francia, Inghilterra, India, Giappone, Canada, Usa, Centro America, Sud America e Australia.

Il gruppo è ancora quasi del tutto familiare, destinando solo il 25% dei titoli ai piccoli azionisti, mentre il restante 75% è diviso fra cinque Divella: Francesco, Cirillo, Vincenzo, Agostino e Pasquale.  

In una intervista a FIRSTonline racconta la fase 2 dell’azienda e le prospettive per il Paese.  

“Siamo un’Azienda nel Food che produce beni di prima necessità, per cui il periodo in cui si è fatto accaparramento dei prodotti, si è lavorato molto di più, e, pur mantenendo i prezzi stabili, con le maggiori quantità prodotte si è avuta una redditività migliore; lasciatemi fare un ringraziamento particolare a tutti i nostri collaboratori sia della produzione che delle vendite, ma anche della logistica e dell’Amministrazione per il loro attaccamento all’Azienda, per cui , in occasione dei festeggiamenti, che speriamo di fare al più presto, dei 130 anni della Divella, pensiamo di elargire un contributo a tutti i dipendenti che non sia inferiore al 50% dello stipendio”. 

“Nella Divella il coronavirus ha creato problemi dal punto di vista industriale; per evitare fermate degli impianti in caso di contagio, ci siamo, da subito, attrezzati con la misurazione della febbre a tutti i nostri dipendenti in entrata, munendoli di mascherine adeguate e guanti; in più, ogni notte sanifichiamo tutti gli ambienti”. 

“La Pandemia sulle esportazioni segue e seguirà quanto detto per l’Italia; abbiamo avuto dall’estero, dove esportiamo in 130 Paesi per il 35% della nostra produzione, dai nostri collaboratori nel mondo  una richiesta maggiore del 40%, che abbiamo totalmente evaso, mantenendo inalterati i listini, guadagnando tantissimo in serietà e considerazione”. 

“Per la Fase 2, le decisioni del Governo sono state positive, soprattutto quella di riaprire a scaglioni le varie attività; a mio avviso andava dato più potere alle Regioni in modo che potessero intervenire autonomamente, stante la diffusione del virus non uniforme per tutto il territorio nazionale. Sussiste ancora, però, una grande confusione con enorme incertezze normative; non si può considerare come infortunio sul lavoro la malattia dei dipendenti positivi al Coronavirus; io credo che vada perseguitato in tutti i modi l’imprenditore che non adotta le misure necessarie, ma se i protocolli di sicurezza vengono rispettati ed il dipendente si ammala come è possibile che la colpa sia dell’imprenditore? Serve più chiarezza per non lasciare margini a dubbi ed interpretazioni, anche perché è lecito domandarsi quante imprese riapriranno a causa l’impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, con l’aumento dei costi di gestione ed il prevedibile calo dei ricavi, e con le responsabilità legali. Spero che non diventi una corsa ad ostacoli contro il tempo”. 

“A mio avviso – continua nella sua intervista a FIRSTonline – poteva essere utile e corretto riconoscere alle partite iva, agli imprenditori, agli artigiani e ai liberi professionisti un “stipendio“ di tre mesi pari a quello  dei lavoratori dipendenti di 1 o 2 livello. Inoltre cancellerei dal D.L. l’Eco bonus ed il Sisma bonus del 110% in quanto tutti i passaggi di cessione del credito non faranno altro che aumentare in primis la burocrazia e poi danneggiare definitivamente le piccole e medie imprese del settore”. 

 “Occorre poi incentivare ulteriormente il Piano Industria 4.0; non a caso, le imprese che hanno già introdotto tecnologie abilitanti, stimano una crescita di efficienza produttiva superiore al 30%, proprio grazie all’uso delle nuove tecnologie”.  

“Certamente la riduzione della burocrazia può aiutare la ripresa per cui bisognerà varare un ampio programma di semplificazione burocratica e normativa, abbattendo le barriere per ripartire. Bisognerebbe avere il coraggio finalmente di ridurre il cuneo fiscale e contributivo sul costo del lavoro anche agli imprenditori obbligandoli a reinvestire in azienda. Per ultimo occorre una “scossa” sugli investimenti pubblici e privati. E’ tempo del coraggio, la crisi può diventare un’opportunità”. 

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