Sto seguendo con passione la calibrazione del concetto di Stato stratega in relazione al piano di politica industriale in preparazione da parte di un gruppo di studio del Mimit in collaborazione con il Cnel, organo costituzionale. La bozza sarà messa tra poco in ampia consultazione tra gli attori economici in formato di Libro verde, il quale, dopo la consultazione, prenderà il formato di Libro bianco, probabilmente nel gennaio 2025. Ma, pur se non direttamente, la consultazione – dedicata a decine di temi settoriali specifici – riguarderà di fatto anche il concetto generale di Stato stratega per l’economia e finanza nazionali.
Invito i colleghi nel campo della teoria economica – e anche gli operatori applicativi – a valutare il tema per proporre idee, iniziando dall’individuazione convenzionale di due estremi opposti nella tradizione teoretica del mondo occidentale: il dirigismo ed il liberismo. Nella realtà storica dei decenni recenti è evidente un’ibridazione guidata più da politici che da teorici dell’economia, pur alcuni di loro influenti: il dirigismo ha cercato e sta cercando una compatibilità con il libero mercato ed il liberismo sta cercando un compromesso con il dirigismo.
Esempi ne sono il concetto di Economia sociale di mercato nell’ambiente europeo continentale, la terza via tentata dal laburismo britannico ai tempi della leadership di Tony Blair (forse ora ripercorsa da quella di Keir Starmer), il liberismo/repubblicanesimo compassionevole elaborato – ma solo verbalmente – da George Bush junior ed il repubblicanesimo protezionista emerso con l’offerta politica di Donald Trump nel 2016, per altro non diverso dall’offerta protezionista della sinistra statunitense. Lo si potrebbe chiamare dirigismo o liberismo geoselettivi: protezione dalla concorrenza esterna (che ha deindustrializzato l’America con danno alla classe media) e mantenimento di un libero mercato interno, con più o meno pesi fiscali a seconda della governance contingente.
C’è tanta altra varietà di estremo interesse, per esempio la dottrina di Deng Xiaoping che l’obiettivo del socialismo cinese debba avvalersi degli strumenti del libero mercato, pur dal 2013 e dal 2017, con più forza, corretta da un potenziamento del dirigismo da parte di Xi Jinping. Il punto è questo: nessun modello finora tentato ha trovato una buona o stabile combinazione tra protezione sociale e sviluppo trainato dalla libertà economica.
Da un lato, lo Stato stratega ha senso per il maggior peso della geopolitica economica concorrenziale sugli Stati nazionali dopo l’indebolimento della pax americana sul piano globale. Dall’altro, il trovare una relazione reciprocamente espansiva tra capitale fiscale diretto dai governi e capitalismo di massa trainato dalla libertà economica resta una sfida cognitiva. Io sto lavorando sul concetto di welfare di investimento sostitutivo (gradualmente) e di quello redistributivo come modello per l’alleanza delle democrazie (G7+). Spero di trovare colleghi stimolanti e una nova pax.








