Nel dibattito televisivo post-europee circola la tesi, esposta da analisti e politici in genere orientati a sinistra, che in realtà non sia successo niente di così importante.
Che il voto è stata una scelta «di stabilità»; che in fin dei conti nel Parlamento europeo non cambia quasi nulla; che c’è sempre, anche se sempre più risicata, la stessa maggioranza europeista a Strasburgo, composta da popolari, socialisti e liberali, e chi volesse entrarvi dovrà perciò prima bussare alla porta e accettare le regole della casa.
È una tesi errata per due motivi.
Il primo: sopravvaluta il ruolo del Parlamento nelle istituzioni dell’Unione, e sottovaluta quello del Consiglio europeo, dove sono i primi ministri a prendere le decisioni che contano e lo fanno sempre tenendo bene in mente i loro elettorati.
Il secondo motivo è che questo affannarsi a sostenere che è tutto business as usual, pur se inteso come un argomento a favore dell’europeismo è in realtà il suo contrario.
L’arena politica è diventata infatti ormai compiutamente paneuropea, ciò che succede nei singoli Paesi ha effetti su tutti gli altri.
È perciò alquanto «nazionalistico» pensare che la rivoluzione politica in corso in Francia, dove potrebbero unirsi alle prossime elezioni gli eredi di De Gaulle e quelli di Vichy, o il terremoto annunciato in Germania, dove un movimento neo-nazista ha preso più voti del partito socialdemocratico più antico d’Europa, possano non influire sui destini dell’Unione.
Sono vent’anni ormai che commettiamo l’errore di sottovalutare le manifestazioni elettorali della «rabbia».
Dovremmo ormai invece aver compreso la lezione: l’elettorato si sta ribellando a un eccesso di regolazione, dirigismo e verticismo.
E perciò imputa a Bruxelles il declino dell’Europa.
È dunque giunto il momento per le élite europee di accettare questa realtà e di cominciare a distinguere tra politics e policies.
Bisogna da un lato difendere la «politica dell’integrazione», che punta a quella «Unione sempre più stretta» di cui parlano i Trattati europei; ma devono essere riviste le «politiche dell’Unione» che, nel tentativo di guidare le transizioni verde ed energetica, o in nome di una sorta di religione dei diritti, hanno contribuito in questi anni a provocare malcontento e rigetto nelle popolazioni.
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