Milano getta il cuore oltre l’ostacolo. Nonostante la marcia indietro di alcuni brand di primo piano negli ultimi 15 giorni, gli show fisici confermano la fiducia in un futuro con un Covid domato, o quantomeno con il quale avremo imparato a convivere. “Milano è la prima città che riparte con un programma tanto coraggioso che mixa online e fisico, compatibilmente alle normative del governo che abbiamo seguito con un protocollo attentissimo”, ha spiegato Carlo Capasa, presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana.
“Si conferma un peso in aumento nel panorama internazionale”, ha proseguito, ricordando tra gli altri due eventi fisici molto attesi: il ritorno di Valentino da Parigi, in programma domenica.
Questa fashion week, con 22 sfilate fisiche 41 digital e un totale di 156 appuntamenti, sarà naturalmente anche una cartina tornasole per lo stato di salute del comparto fashion, che secondo i dati di Cnmi ha chiuso il 2019 a circa 90 miliardi. I dati di consuntivo del primo semestre del 2020 misurano il colpo inferto dalla crisi all’industria italiana della moda.
“Attualmente, il decremento del fatturato rispetto al 2019 è circa del 29% sul solo abbigliamento, mentre gli accessori dovrebbero chiudere a -20%. Ma si spera di chiudere meglio l’anno, magari al -25%”, ha spiegato Capasa in questa intervista.
Cosa rappresenta la fashion week che entra nel vivo oggi?
Siamo la città della moda, rappresentiamo la seconda industria del Paese. Abbiamo avuto molti cambiamenti a causa della pandemia da covid-19, ma è stato anche un anno in cui i big brand hanno saputo rispondere all’industria aiutando l’intero settor.
Che partecipazione vi aspettate quanto a stampa e buyer?
La settimana ricca da XXX eventi in totale, sarà ampiamente in versione fisica. Abbiamo lavorato duramente per presentarla in completa sicurezza, per tutti gli operatori non solo per gli ospiti. Ci aspettiamo un buon numero di visitatori europei
Quanto perderà il Made in Italy nel 2020?
Attualmente, il decremento del fatturato rispetto al 2019 è circa del 29% sul solo abbigliamento, mentre gli accessori dovrebbero chiudere a -20%. Ma si spera di chiudere meglio l’anno, magari al -25%. Molto dipenderà da come si evolverà la pandemia nei prossimi mesi.
La Cina sta compensando i cali in Occidente?
La Cina è cresciuta moltissimo, perché i viaggiatori che prima acquistavano in Europa ora sono bloccati nella madrepatria. Ma ovviamente non possono compensare tutto. Nel 2019, il comparto dell’abbigliamento tricolore ha raggiunto vendite per 100 miliardi di euro e un export pari a 70 miliardi.
Quando potremo sperare di recuperare?
La seconda parte del prossimo anno sarà cruciale, anche se la svolta avverrà nel 2022 secondo gli studi che sono stati fatti. Ma, se non ci saranno colpi di scena in termini di contagi, già le collezioni fall 2021 potrebbero riportarci a stili di vita più vicini a quelli ante-Covid, e quindi anche a volumi analoghi.
Fisico o digital? Dove bisogna investire di più?
Voglio riconoscere il coraggio di chi ha scelto di sfilare fisicamente. Dà un segnale di energia e di positività. Rispetto ovviamente chi ha scelto di presentare a porte chiuse. Il digital è importantissimo perché ovviamente sarà questo il modo di fruire gli show da parte del grande pubblico. Circa 20 milioni di persone hanno assistito alla nostra fashion week digital di luglio. Abbiamo avuto un’incidenza pari al 58%, mentre la fashion week francese ha avuto una penetrazione solo del 34%.
Lei durante il lockdown ha parlato di un’emergenza per la filiera. Il governo vi ha ascoltato?
Dall’Italia arriva il 41% della produzione fashion europea. Eppure il governo fa ancora fatica a vedere la moda come un’industria strategica e su cui investire.
Per saperne di più:

Rinnovabili, il prezzo dell'inazione: perché frenare la transizione costa all'Italia più che acceler...

Innovazione, la sfida europea è trasformare la ricerca in industria | La proposta di Maurizio Casasc...

Paolo Savona, economista: “La lezione del '29 vale per l'intelligenza artificiale. Senza regole comu...

Giovani e disuguaglianze, perché il welfare deve ripartire dalla cultura: prevenire il disagio e dar...

Logistica e innovazione, Antonio Brunacci: serve un ecosistema integrato per rendere più competitivo...






