La legge di bilancio 2022 si presenta come un bel rompicapo, perché ogni partecipante alla variegata maggioranza che sostiene il governo la vede come l’opportunità per uscire dal regime di commissariamento della politica finora imposto dal presidente del consiglio, riaffermando davanti al paese le proprie priorità e distinzioni dagli altri.
Così, la scadenza di Quota 100 agita la Lega e le ipotesi di revisione del reddito di cittadinanza (che ormai riguarda qualcosa come 4 milioni di famiglie) agitano i M5S. E poi c’è la promessa di abbattere l’aliquota intermedia dell’IRPEF e il cuneo fiscale, nonché quella, se non di abolire, almeno di falcidiare il prelievo dell’IRAP (l’imposta più odiata dai commercialisti).
Infine, si aggira come una nube pesante sul governo l’esito del lavoro del ministro Orlando per rimettere ordine nel sistema di welfare, ancora troppo orientato al sostegno dell’esistente, ma che il ministro vorrebbe rendere ancora più ‘protettivo’ al costo di mettere in fuga gli investitori esteri. In un contesto nel quale il disavanzo pubblico deve dimezzarsi – venendo meno i molti sostegni temporanei all’economia e alle famiglie – ma per fortuna consumi, investimenti ed esportazioni ‘tirano’ fortissimo.
Il rischio più grande è quello di una grande mediazione pasticciata, incapace di esprimere una direzione di consolidamento e riforma dell’economia (tra l’altro il disegno di legge sulla concorrenza sembra sparito dal radar). Mi pare che un po’ di luce verrebbe se si puntasse con decisione ad accrescere l’occupazione con misure mirate di flessibilità. Penso alla vecchia proposta di Edmund Phelps di un sussidio ai ‘salariati poveri’ per incoraggiarli a muoversi verso i luoghi in cui si registrano offerte di lavoro insoddisfatte, con in più elementi di una idea promossa molti anni fa da Innocenzo Cipolletta.
Se ad esempio, invece della cassa integrazione, si desse un contributo per tre anni pari alla metà del salario a questi lavoratori in mobilità, e in aggiunta i comuni e le associazioni industriali sul territorio facessero uno sforzo per aiutare questi lavoratori a trovar casa a costi contenuti, forse vi sarebbe maggiore disponibilità a trasferirsi. Le imprese e i sindacati, dal canto loro, dovrebbero accettare l’idea di negoziati salariali decentrati a livello aziendale, che sono la chiave per riprendere a far salire la produttività, consentendo di rendere permanenti quegli aumenti di salario inizialmente concessi dal bilancio dello stato.
Insomma, aumento dei salari troppo bassi, mobilità, decentramento del negoziato salariale e investimento per la produttività. Così si darebbe contenuto al Patto per lo sviluppo da molti giustamente invocato.
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