«E’ il segnale che la pubblica amministrazione può diventare motore di sviluppo, creatrice di buona occupazione». Così il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, intervistato sulla Stampa da Paolo Griseri, commenta il patto siglato tra Governo e sindacati per rinnovare la Pa. La pandemia ha rivalutato il lavoro pubblico? «Ha rivalutato il lavoro in generale. Ha fatto capire che senza scuole e ospedali siamo tutti meno sicuri, con meno diritti».
Quali novità sono in arrivo per i pubblici dipendenti? «Si valorizzano il contratto collettivo nazionale, scaduto dal 2019, e la contrattazione decentrata che sarà incentivata. L’impegno del governo è mettere più risorse per la revisione degli inquadramenti professionali e stabilizzare l’elemento perequativo già previsto in busta paga. La formazione diventerà permanente e si regolerà il lavoro a distanza».
Tutte richieste che trasferirete anche al settore privato? «Certo. In molti contratti di categoria ci sono già». Il nuovo ministro del lavoro, Brunetta, è stato per anni una specie di spauracchio per i pubblici dipendenti. Si aspettava che sarebbe stato proprio lui a sbloccare la trattativa sulla pubblica amministrazione? «Nelle trattative conta il merito, non i pregiudizi, e in questo protocollo c’è una vera svolta. Il ministro ha avviato da subito il rapporto con i sindacati. Si è investito sul lavoro pubblico e si dà qualità a tutta la pubblica amministrazione. Tanto più avendo a disposizione le risorse del Recovery».
Draghi ricorda che l’età media dei pubblici dipendenti è di 51 anni. Piuttosto alta. Come porre rimedio? «Innanzitutto, assumendo i giovani. Il turnover è fermo da tempo e dovrà essere sbloccato. Poi tanta formazione per tutti. Infine, sperimentando anche staffette generazionali: per ogni dipendente che va in pensione, uno va assunto».








