Maurizio Ferrera, in un’editoriale sul Corriere della Sera, parla della riforma della burocrazia prevista dall’Agenda per la semplificazione 2020-2023, da poco approvata.
Ferrera, si pone due obiettivi generali molto ambiziosi: l’eliminazione sistematica dei vincoli burocratici alla ripresa, la riduzione dei tempi e dei costi delle procedure per le attività dei cittadini e delle imprese. «L’Agenda è figlia del famoso decreto semplificazioni, varato nel luglio scorso. Si tratta di un testo programmatico, senza valore vincolante. La sua attuazione implica però una serie di delicati interventi sulle pratiche e le procedure dei nostri uffici pubblici. Chi le selezionerà e chi proporrà i cambiamenti? Qui sorgono i primi dubbi: troppi attori coinvolti. Ciascuna azione dovrà essere condivisa fra Governo, regioni ed enti locali; coordinata da un Comitato inter-istituzionale (non meglio identificato), che si avvarrà di un tavolo tecnico, il quale opererà a sua volta “insieme a tecnici di settore … operanti nelle amministrazioni ai diversi livelli di governo”».
Ferrera si pone quesiti riguardo la macchina organizzativa, per usare i soldi del Recovery. «È ovvio che la sburocratizzazione debba avvalersi di indicazioni da parte di chi applica (o subisce) le procedure. Ma se l’obiettivo è snellire e sfoltire, perché iniziare con la moltiplicazione di organi e processi? Il pletorico tavolo tecnico diventerà un «team per la risoluzione delle complicazioni burocratiche», dice il testo. Auguri. Se mai vedrà la luce, sarebbe bene che questo «team» si occupasse innanzitutto di semplificare se stesso. Il paradosso che accompagna il nostro paese tutte le volte che si cerca di riformare la pubblica amministrazione è però che né i suoi funzionari né i nostri legislatori hanno una mentalità «semplificante». Non riescono a liberarsi della logica procedurale e a fare il salto verso la logica della risoluzione dei problemi», conclude Ferrera.
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