È allarme gender gap in Italia. Secondo quanto emerge dai dati forniti durante l’audizione della sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra, davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato, in Italia le dimissioni volontarie dal lavoro interessano il 73% delle donne. Dei dati estremamente preoccupanti, così come illustrato dalla sottosegretaria Guerra.
«I dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro sulle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri che, oltre ad un continuo aumento dal 2011, ci segnalano, anche per il 2019, un fortissimo divario di genere: le dimissioni volontarie coinvolgono le madri nel 73% dei casi. Per lo più di donne giovani, con poca anzianità di lavoro, occupate prevalentemente nel terziario, con qualifiche basse. La motivazione più ricorrente (almeno un terzo dei casi) è l’impossibilità di conciliare l’occupazione con il lavoro di cura, soprattutto in assenza di reti familiari di supporto».
La disamina di Guerra fa emergere forti disparità anche in termini di reddito, accesso al lavoro, rendendo le donne più vulnerabili e dunque esposte alla violenza. Urge quindi la necessità nei piani nazionali di ripresa e resilienza, collegati al Recovery Fund, di valutazioni degli impatti di genere, accanto a quelli già previsti per la transizione ecologica e la trasformazione digitale.
«Questa scelta – ha concluso Guerra – dovrebbe favorire la costruzione di indicatori disaggregati di genere, da utilizzare, anche in futuro, nella valutazione sia ex ante che ex post di tutte le politiche pubbliche. Si tratta di una operazione propedeutica all’obiettivo, più generale, di fare sì che gli obiettivi dell’uguaglianza di genere siano presi in carico in tutti gli interventi settoriali e a tutti i livelli di governo, compresi quelli che, a differenza di quelli considerati nel bilancio di genere, non determinano oneri aggiuntivi per il bilancio pubblico».
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