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Marco Bonometti (presidente Confindustria Lombardia): «Stop al blocco dei licenziamenti. I soldi del Recovery Fund sulle politiche attive vanno spesi bene»

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Il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, è intervenuto sulle pagine del Corriere della Sera.

Bonometti parla del termine del blocco dei licenziamenti, che scatenerà un’emorragia occupazionale senza precedenti. «Quando il blocco cesserà crollerà la diga e i licenziamenti saranno una valanga che travolgerà qualsiasi resistenza e metterà alle corde il Governo nel frattempo, molti miliardi di euro saranno stati erogati in termini di assistenza immediata senza pensare al futuro delle persone. Senza contare che il blocco dei licenziamenti farà passare a tantissimi la voglia di investire in Italia».

Per il presidente di Confindustria Lombardia bisogna agire presto. «Più si aspetta e più i disoccupati diventeranno un numero non gestibile, che si aggiungerà ai giovani che non studiano e non lavorano. Il tutto mentre le ricerche di personale di tante aziende continueranno a restare senza risposta, proseguendo l’antico male italiano del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro».

Sui 3 miliardi che il Governo ha messo sulle politiche attive, nel Recovery Plan, Bonometti ha un’idea chiara. «Vanno spesi bene ho presente i molti tentativi finora fatti per risolvere il problema. Non da ultimo il reddito di cittadinanza, su cui sono naufragate una montagna di buone intenzioni. Servono vie nuove. È necessario costituire un’agenzia pubblica per la formazione e riconversione professionale, con articolazioni provinciali. Non un carrozzone dello Stato, ma un organismo agile, gestito con criteri privatistici e coinvolgendo il sistema delle imprese». 

Il leader degli industriali lombardi ha concluso soffermandosi sull’Anpal. «Finora non ha funzionato. Se fosse riformata, cassintegrati e neet passerebbero alle dipendenze dell’Agenzia, percepirebbero un salario pari alla cassa integrazione, lo chiamerei salario di formazione, sarebbero obbligati alla frequenza dei corsi, pena la sua perdita e riceverebbero, al termine, un titolo corrispondente alla preparazione professionale acquisita, in parte in aula, in parte nelle aziende, con particolare attenzione ai profili non disponibili sul mercato. Lo Stato centrale dovrebbe affiancare le Regioni che non riescono a garantire standard di politiche attive adeguati. Il programma è ambizioso, ma è questo il momento di cambiare passo». 

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