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Mariacristina Magnocavallo (presidente OPI Molise): «Vacciniamoci tutti: l’unico futuro possibile è nei vaccini»

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Mariacristina Magnocavallo, la presidente di OPI Molise, ha partecipato alla seconda giornata del Festival del Sarà – Dialoghi sul Futuro 2021, appuntamento annuale dove menti illuminate dialogano sul futuro della società occidentale. Nel suo intervento ha guardato al periodo più cupo della pandemia, secondo il punto di vista del personale sanitario, e a quello che sarà il mondo della salute post-covid. Ad accoglierla e intervistarla c’era l’organizzatore dell’evento, Antonello Barone.

La paura che [il virus] potrebbe tornare incombe sempre su di noi, eppure c’è la speranza della scienza. Il vaccino sta dimostrando che è efficace. Qual è il sentimento di lei, che rappresenta un ordine che è stato in prima linea in questa battaglia? Speranza, ricordo?

«Il marzo dell’anno scorso è stato un momento tragico per tutti, ma soprattutto per noi che come professione infermieristica, ma anche come professioni sanitarie – lo voglio dire a gran voce. Perché sì, noi infermieri siamo stati in prima linea, non solo in Molise ma su tutto il territorio nazionale, ovunque. Ma accompagnati anche da tantissime altre figure professionali e insieme, come una grande squadra abbiamo accettato di guarire, di assistere e di dare terapie a tutti coloro che ne avessero necessità».

«Certo, l’emozione è grande, perché anche riascoltare queste parole, che non sono a caso, sono state dette e organizzate in questo video che abbiamo voluto lanciare, ci riportano a momenti molto importanti e molto critici. Perché nelle piccole Regioni non ancora si comprendeva quanto stesse accadendo su tutto il territorio nazionale, e come una grande rete – perché noi infermieri abbiamo veramente una rete importante con tutti i colleghi della nostra Italia – abbiamo cominciato a lanciare messaggi riguardo cosa stesse veramente accadendo.

«“Ma è vero quello che sta succedendo?” “Sono vere tutte le immagini che noi stiamo osservando in TV?” Bene sì, erano tutte vere. E questo ci faceva ancora più paura. Perché all’inizio non eravamo pronti, nessuno era pronto. Ma gli infermieri non si sono tirati indietro. Hanno cominciato a combattere, hanno cominciato a mettersi come dispositivi di protezione le buste di plastica. Perché i numeri erano inadeguati».

«La finanza ci aveva bloccato i dispositivi di protezione. Noi come ordine in che modo potevamo essere d’aiuto in questo momento ai colleghi che stavano in prima linea. Avevamo ordinato dispositivi di protezione in modo importante. Bene, la Guardia di Finanza ce li aveva bloccati. Dopo alcune settimane, attraverso una serie di telefonate, la sottoscritta si è presa la responsabilità che quei dispositivi andavano agli infermieri del Molise. Quindi, capite bene, abbiamo dovuto affrontare dei momenti molto critici. Abbiamo dovuto ridisegnare un’organizzazione che prima non c’era, e paziente che avevano determinati problemi messi in standby, perché la priorità in quel momento era salvare chi aveva problemi a causa del Covid.

«Ringrazio anche tutti i colleghi che sono presenti qui. Tra loro ci sono anche quelli che hanno organizzato i pronto soccorso, hanno organizzato le terapie intensive, hanno organizzato le malattie infettive. È stata un battaglia continua, una battaglia in evoluzione. Non era qualcosa di statico, era un progress continuo. Perché ogni notte, ogni ora, c’era qualcosa da riorganizzare e da ridefinire. Non solo le unità che venivano chiamate dagli ambulatori per dare una mano, ma anche tutto ciò che poteva riguardare un’organizzazione di tipo strutturale, divisioni di unità operative, contagiati e non contagiati, doveva essere messa in atto. Quindi, gli infermieri sì, erano in prima linea, ma insieme a loro c’erano anche tante altre professionalità all’interno delle aziende sanitarie».

In questo momento, che siamo in piazza, che siamo tornati a poter vivere anche senza mascherine, il Pnrr che stimolo dà alla vostra professione e al vostro ordine? Quale prospettiva immaginate di poter vivere negli anni che arriveranno?

«Devo dire che la pandemia ha messo in evidenza una grande criticità, che è quella relativa a un’organizzazione di tipo territoriale. Perché mentre negli ospedali ci si era già un po’ organizzati, o quantomeno erano delle strutture perimetrare all’interno delle quali si anche come muoversi, il territorio abbiamo dovuto organizzarlo con le risorse e con gli strumenti che avevamo. E guarda caso – questo ci ha fatto veramente piacere – anche a livello nazionale, andare a verificare quanto scritto nelle varie missioni, e in particolare nella missione 6 del Pnrr, che mette in evidenza il ruolo dell’infermiere nell’ambito territoriale».

«Questo non significa chiudere gli ospedali, questo significa garantire un’assistenza di prossimità. Ciò significa anche inserire nel contesto territoriale delle figure che facciano assistenza domiciliare, che facciano assistenza nelle comunità. Non a caso, nasce la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità. La federazione nazionale degli infermieri aveva sposato questo progetto già da circa 10 anni. Perché così come è stato fatto in altre Regioni europee, la stessa cosa doveva essere applicata in Italia. Solo con la pandemia, il decreto legge n.44 individua la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità».

Credo che i vaccini abbiano dato veramente una sterzata di ottimismo e di possibilità di tornare a una vita normale, ovviamente tenendo conto di quelle che sono delle regole che non dobbiamo dimenticare. Come ordine professionale, come persone che quotidianamente vivete a contatto con potenziali malati, qual è il messaggio che volete lanciare dalla piazza di Termoli, dal palco del Festival del Sarà?

«Il messaggio forte e chiaro è: vacciniamoci. Sicuramente, senza tante parole. È il nostro nuovo logo, che questa sera lanciamo, perché vogliamo sensibilizzare sempre di più i cittadini a vaccinarsi. Il vaccino diventa una terapia. In questo caso, anche se fatto in brevissimo tempo, dobbiamo dare fiducia alla scienza, e continuare a farlo, anche per intima convinzione, perché gli infermieri – così come previsto dal codice deontologico – credono nella scienza e, soprattutto, nel futuro. Se vogliamo il futuro lo possiamo avere solo vaccinandoci».

Cosa lascia nella salva pecunia?

«Ascoltando anche gli argomenti trattati, ho scelto due parole importanti, che tra l’altro accomunano anche l’agire professionale che in questo momento rappresento: educazione e promozione alla salute. Perché sono due concetti fondamentali che sono sviluppati proprio in base a quello che è il ruolo della figura dell’infermiere di famiglia e di comunità, perché non a caso sono state inserite queste parole. Perché l’infermiere è comunque il professionista che si reca a casa nella famiglia di un assistito, e della comunità perché riguarda tutte le comunità territoriali, scolastiche – dove tra l’altro emerge quello che è il nuovo concetto di promuovere la salute e gli stili di vita».

«A me viene sempre in mente il passato, perché per fare tutto questo dobbiamo cambiare piano piano la nostra cultura, dobbiamo imparare ad affrontare quelle che sono le criticità e trasformarle in positività. Perché ogni cambiamento ha bisogno di gradualità, non abbiamo l’immediatezza. Noi abbiamo un’unica immediatezza, quella di salvare una vita. Ma cambiare quella che è una cultura, per quello che è il percorso, ci vuole tempo. Una frase di Niccolò Macchiavelli: “Non c’è nulla di più difficile da gestire di esito incerto e così pericoloso da realizzare dell’inizio di un cambiamento”. Quindi cambiare la cultura».

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