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Sul caso Fakir serve prudenza, il giudizio spetta alla magistratura | L’intervento di Luigi Balestra

Un invito alla prudenza davanti a una vicenda ancora aperta

La morte di Fakir continua ad alimentare un intenso dibattito pubblico. Sul caso interviene anche Luigi Balestra, Presidente dell’Osservatorio Riparte l’Italia, con una riflessione che richiama l’attenzione sulla necessità di distinguere il piano emotivo da quello giudiziario e sul rispetto delle garanzie proprie dello Stato di diritto.

Nel suo intervento, Balestra affronta diversi aspetti della vicenda: dalla tutela della vita umana al dolore delle persone coinvolte, dall’impatto dell’accaduto sugli operatori delle forze dell’ordine fino ai rischi derivanti dalla diffusione mediatica delle immagini e dalla formazione di giudizi anticipati prima della conclusione delle indagini.

Il commento di Luigi Balestra

La morte di Fakir genera plurime riflessioni e si presta ad essere cavalcata – come in effetti sta accadendo – lungo direzioni diametralmente opposte. Innanzitutto, v’è la perdita di una vita umana, dunque la lesione di un bene che è posto alla sommità dei valori da salvaguardare nel contesto di un’ordinata e pacifica convivenza civile.

V’è poi il dolore di tutti coloro che condividevano una relazione familiare, un legame amicale, un rapporto lavorativo, al cospetto della brusca e inaccettabile interruzione del rapporto con la persona deceduta.

La morte, poi, maturata nel contesto di un intervento vòlto a salvaguardare la sicurezza è sempre un accadimento in grado alimentare la sensibilità delle moltitudini, che si presta facilmente ad innescare sentimenti di indignazione. Ovvero, come nel caso di specie, inaccettabili forme di violenza. Ancor più se, come è nel caso in questione, la morte venga ripresa in diretta e il filmato – in modo assai inappropriato – venga proposto alla visione del pubblico.

Sotto un diverso versante, v’è da considerare l’impatto di un evento così tragico sui giovani poliziotti intervenuti, le cui esistenze saranno verosimilmente e indelebilmente incise da quanto accaduto. Si tratta di persone, quelle addette alla pubblica sicurezza, che si trovano quotidianamente a fronteggiare situazioni svariate, difficilmente prevedibili a priori se non nei loro contorni generali e rispetto alle quali i protocolli di intervento possono certamente aiutare ma non è detto che siano sempre risolutivi. La concretezza e l’immediatezza del pericolo pongono le forze di polizia in una situazione continuativa di stress in ragione delle decisioni da assumere all’istante, della necessità di intervenire – perché è proprio questo che la popolazione richiede attraverso la formulazione di istanze di protezione – senza oltrepassare però i confini di una reazione che, a seconda delle circostanze, può rivelarsi ingiustificata ovvero sproporzionata. Si intuiscono chiaramente le difficoltà della valutazione a cui gli addetti alla pubblica sicurezza sono tenuti, resa ancor più difficile dalla concitazione che può caratterizzare la fase dell’intervento.

Se tutto questo è vero – e non mi pare possa essere posto seriamente in discussione – ecco, dunque, che un caso come quello da cui è scaturita la morte di Fakir meriterebbe massima cautela. Trasportare sul piano della comunicazione (televisioni, giornali, social) il giudizio su quanto accaduto, peraltro nell’assenza di qualsivoglia esito, allo stato, degli accertamenti demandati alla magistratura, è a mio modo di vedere imprudente; dà vita, ancora una volta, a forme di giustizia mediatica/spettacolo, con il processo che viene celebrato prima e al di fuori dalla sede sua propria: le aule del Tribunale. Dove ad essere alimentato è un crescente sentimento di reazione e di punizione da parte della collettività che rischia di dare la stura a tensioni e a conflitti.

Come ricorda Luciano Violante, le regole del processo «sono fatte non per esaltare, ma per spegnere, per sterilizzare la drammaticità extraprocessuale della vicenda e farne emergere gli aspetti esclusivamente giuridici».

Per queste ragioni non condivido la posizione assunta da un ex magistrato il quale nel corso di un’intervista ha parlato, per l’appunto in mancanza di qualsivoglia risultanza delle indagini in corso, di errore degli agenti, suggerendo peraltro come la polizia dovrebbe comportarsi nel caso di specie al fine di riparare e così conservare la fiducia di tutti.

Medesime sono le ragioni per cui mi sono rifiutato di vedere i video in circolazione che documenterebbero quanto accaduto.

Se poi all’esito degli accertamenti e di un procedimento giudiziario dovessero emergere responsabilità, sarebbe ovviamente scontata l’irrogazione di una pena. Ma questo solo all’esito di un giudizio che prevede garanzie a tutela degli indagati (e, se del caso, degli imputati); garanzie che – è bene ricordarlo – riguardano tutti e sottendono l’idea, assolutamente imprescindibile in uno Stato di diritto, della piena tutela del diritto di difesa riconosciuto ad ognuno di noi.

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