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[Lo scenario] Boom dei tassi sui mutui, salari senza potere d’acquisto. E pace sociale a rischio. Ecco l’Italia che ci aspetta

“Una delle questioni economiche più rilevanti è la definitiva fine del ventennio di inflazione bassa e stabile che ha caratterizzato il mondo occidentale”.

Lo sostiene l’economista Alessandro Penati.

“Le ragioni di questa discontinuità sono quattro. Il rapido invecchiamento della popolazione, non solo nelle economie avanzate ma anche in quelle che hanno trainato la crescita nell’ultimo decennio, porterà a una riduzione globale dei risparmi e un aumento dei consumi privati e pubblici (legati alla domanda crescente di welfare)”.

Il prezzo della transizione e la fine dell’effetto Cina

“La transizione ambientale e la riorganizzazione dei flussi energetici nel mondo che avrà un impatto duraturo sul costo dell’energia per unità di prodotto. Verrà meno l’effetto deflattivo della Cina – fonte di beni di consumo e componenti a basso costo (e calmiere dei salari a livello globale) – alle prese con il trend negativo della crescita provocata tanto della crisi finanziaria/immobiliare quanto dal cambio di paradigma, da investimenti, infrastrutture ed esportazioni a domanda di consumi interni” scrive Penati in una analisi per Il Domani, quotidiano diretto da Stefano Feltri.

“È quindi legittimo ipotizzare che possa emergere un nuovo equilibrio, caratterizzato da un’inflazione stabilmente più alta dell’1-2 per cento a cui siamo abituati: possiamo immaginare destinata a collocarsi fra il 3 e il 5 per cento. Sarebbero diverse le conseguenze in questo nuovo equilibrio”.

Salari con meno potere d’acquisto, pace sociale a rischio

Il potere di acquisto dei salariati tenderà a ridursi, perché difficilmente potrà restare al passo del costo della vita (potere ridotto dei sindacati, specie in condizioni di crescita sotto trend; innovazione tecnologica sostitutiva del lavoro), con una prevedibile rottura della pace sociale, a sua volta fattore di rallentamento economico.

Boom dei tassi sui mutui

“Il settore immobiliare sarà maggiormente colpito perché l’aumento dei tassi impatterà sul costo dei mutui rendendo l’onere degli interessi eccessivo per il reddito di molte famiglie e per molte società immobiliari, caratterizzate da un debito elevato, che non riusciranno a scaricarlo aumentando i canoni di affitto”.

Aumento dei prezzi

“Probabile anche una redistribuzione di reddito a favore di quelle imprese che detengono sufficiente potere di mercato per aumentare listini e tariffe, a danno di quelle indebitate e quelle il cui valore risiede nelle aspettative di utili futuri”.

Unica strada aumento del debito pubblico

“Ma la prevedibile conseguenza più rilevante è sui debiti pubblici. I governi stanno affrontando il caro energia cercando di calmierarne gli effetti con sussidi e detassazioni: così facendo aumentano uno stock di debito già storicamente elevato per via del sostegno alle economie colpite dal Covid.

 Un’inflazione stabilmente più elevata da una parte abbatte il rapporto debito/Pil, aumentando il Pil nominale al denominatore e la pressione tributaria (aliquote e accise sono nominali), mentre dall’altro lo aumenta, facendo salire la spesa per interessi. Poiché l’aspettativa è che le banche centrali cercheranno di mantenere i tassi reali il più possibile vicino allo zero per tutte le scadenze (oggi ampiamente negativi) l’effetto netto dovrebbe essere favorevole all’indebitamento dei governi”.

La ricchezza degli italiani diminuirà

 “C’è un però: chi ha un debito elevato, come l’Italia, si ritroverà comunque esposto alle crisi per via del rischio di razionamento (ovvero mancanza di acquirenti in numero sufficiente) nel momento in cui emette nuovo debito per finanziare il deficit o rifinanziare il vecchio debito se in quel momento viene meno la fiducia degli investitori.  Infine, un aumento stabile dell’inflazione avrebbe un impatto rovinoso sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Dall’ultima radiografia Banca d’Italia il 57 per cento dei quasi 11 miliardi ricchezza lorda era in immobili e terreni che non rendono perché utilizzati dai proprietari o affittati a canoni non indicizzati; 31 per cento in depositi bancari, riserve assicurative e fondi prevalentemente investiti a reddito fisso (per via di regolamentazione e bassa propensione al rischio) con rendimenti reali risibili o negativi nel nuovo equilibrio, e appena 12 per cento nel capitale azionario della propria impresa e in titoli (direttamente o indirettamente tramite risparmio gestito)”.

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