“Il protagonismo dell’economia nordista è stata la risposta che il non-sistema Italia aveva dato alla Grande Crisi iniziata nel 2008”.
Lo scrive Dario Di Vico sul Corriere della Sera guardando al Nord come punto di riferimento per la ripartenza: “I distretti si erano trasformati in moderne filiere, la geografia dello sviluppo era stata riscritta con l’emergere del nuovo triangolo industriale Treviso-Varese-Bologna, eravamo diventati un Paese trainato dalle esportazioni e infine Milano aveva riscoperto le sue ambizioni di città globale tanto da poter essere accomunata nelle comparazioni internazionali a Parigi, Monaco, Barcellona e persino a Londra o New York”.
“Oggi il Covid ha terremotato questo scenario – prosegue Di Vico – e ingigantito i problemi. Nel frattempo le tendenze della politica non autorizzano grandi illusioni: nell’emergenza è apparso chiaro come l’Italia soffra di un deficit di vocazioni per cui i migliori si guardano bene dall’entrare in politica lasciando campo libero alle terze e quarte scelte”.
“Se la Grande Crisi aveva determinato l’affermazione del movimento grillino grazie alla sua capacità di incanalare il rancore nelle urne, oggi non sappiamo ancora cosa ci attende. Ma proprio perché ritorna prepotentemente in discussione il nostro posto del mondo non possiamo che riprendere a guardare al Nord, che resta comunque una delle aree forti d’Europa. Secondo una ricerca, tuttora in corso, condotta su 25 città globali dalla Fondazione Mattei in collaborazione con i maggiori specialisti di politica urbana, si andrà verso una combinazione di luoghi e di flussi, i primi saranno costretti a riorganizzarsi e i secondi saranno per buona parte delegati alla Rete”.
E conclude: “Avremo catene di produzione più corte, turismo di breve raggio, più lavoro in remoto, maggiore responsabilizzazione della governance locale. È in questo contesto in cui i luoghi torneranno a contare che il Nord è chiamato a giocare le sue carte e Milano a riprendere la sua corsa. E per farlo dovranno adottare una costante: progettando il nuovo dovranno avere in mente di chiudere la faglia tra le città e la campagna, tra le Ztl e le periferie. Che poi altro non è che una metafora di quei rapporti tra élite e popolo che alla fine determineranno, non solo da noi, gli equilibri della politica nazionale”.
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