Migliorano i servizi alle imprese e ai cittadini, soprattutto grazie agli stanziamenti del Pnrr nella pubblica amministrazione.
Ma per colmare il gap servono risorse e strumenti finanziari dedicati.
Il Pnrr spinge l’online per imprese e PA.
La radiografia digitale nei dati del Polimi: infrastrutture più efficienti, migliora il ranking.
Il rapporto annuale indica un miglioramento nei servizi grazie ai 41 miliardi del Piano per gli uffici pubblici.
Ma c’è un ritardo negli obiettivi concordati con l’Ue.
Il passo tra il “dire” e il “fare” l’abbiamo compiuto, ora resta il salto verso il “fare utilizzare” agli utenti l’infrastruttura digitale che, soprattutto grazie al Pnrr, l’Italia è stata in grado di costruire.
La radiografia digitale del Paese presenta molti miglioramenti, soprattutto grazie ai 49 miliardi che il Piano di ripresa e resilienza ha messo in campo per la digitalizzazione: 41 nella missione dedicata e altri 6 sparsi tra le altre voci.
Di questi, almeno 30 miliardi sono dedicati alla trasformazione digitale della Pubblica amministrazione.
“Cifra impressionante se consideriamo che il mercato annuo del digitale per la Pa vale intorno ai 15 miliardi” – annota Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio Agenda digitale del Politecnico di Milano che presenta domani, martedì 27 gennaio, i risultati del suo rapporto annuale intitolato “Il mondo nuovo” e che Affari&Finanza può anticipare.
Il dato di partenza non era incoraggiante, nel confronto con gli altri Paesi europei che da prima avevano iniziato a percorrere la strada della transizione.
Analizzando i dati della Digital Decade 2030 di matrice Ue, l’Osservatorio ci colloca nella parte bassa del ranking: 23esimi su 27.
Dei quattro pilastri della strategia Ue siamo 17esimi per maturità delle nostre infrastrutture digitali; 19esimi sul fronte della digitalizzazione delle imprese; 23esimi per diffusione delle competenze e 26esimi per la digitalizzazione della Pa.
Ma quella della Commissione europea è una fotografia – scattata sui dati comparabili del 2024 – che non coglie ancora i passi avanti più recenti.
Il quadro è più composito di quello che emerge dal semplice ranking.
A un’analisi più attenta che si allarga ad altri indicatori, l’Osservatorio annota che nel primo pilastro, ad esempio, le famiglie con una banda larga ad almeno 100 Mbps sono sopra la media (75% contro il 72% della Ue).
Tra le Pmi, il 70% ha una intensità digitale di base, sotto la Spagna o la Germania (73% e 80% rispettivamente) ma sopra la Francia (68%).
Dove siamo ultimi è nella quota di chi vende online (15% contro il 20% europeo).
Sulle competenze, in effetti, le ombre prevalgono: solo il 54% degli italiani tra 16 e 74 anni ha nozioni di base contro il 60% della media continentale: Spagna e Francia, dove i due terzi della popolazione sa usare i nuovi strumenti, sono molto più avanti.
Sul fronte pubblico, abbiamo un’ottima pagella (quinti in Europa) per gli Open data e recuperiamo posizioni sui moduli di eGovernment precompilati (da 24esimi a 22esimi) e sui servizi pubblici offerti alle imprese.
In questo campo si vede però la necessità di fare ora il salto nell’utilizzo, visto che scendiamo dal 23esimo al 25esimo posto per numero di utenti che interagisce con la Pa online.
Questa fotografia è in profonda evoluzione.
Un po’ perché l’Italia da sola ha messo sul terreno il 30% delle risorse che tutti i Pnrr europei hanno destinato al digitale.
“Bisogna poi ricordare le tante cose che sono state fatte nella Pa per colmare il divario che registriamo nei confronti degli altri Paesi” – dice Gastaldi.
“Negli ultimi anni è cambiata la narrativa digitale in ambito pubblico, si è svecchiata nei toni e negli strumenti: finalmente l’Italia ragiona in termini di piattaforme” – aggiunge.
Alcuni numeri chiariscono il concetto: la piattaforma PagoPa per i pagamenti dei servizi pubblici ha permesso allo Stato di incassare quasi 400 miliardi.
L’App IO ha avuto 14 milioni di utenti attivi e oltre 370 mila servizi al proprio interno.
“Spid e Cie per l’identità digitale, e in prospettiva It Wallet, sono strumenti sempre più diffusi” – aggiunge Gastaldi.
Tutto bene, dunque?
Due ordini di considerazioni.
Intanto, l’Osservatorio mostra come da qui a giugno, con 53 tra milestone e target in agenda, dobbiamo ancora completare il 30% di quanto promesso a Bruxelles in campo digitale: manca uno scatto finale e “non possiamo sollevare il piede dall’acceleratore” – dice Gastaldi.
E poi bisogna iniziare a pensare al dopo.
“Abbiamo seminato e ci siamo dotati di un ‘sistema operativo’. Ma tra sei mesi il Pnrr finisce e c’è da scongiurare assolutamente il rischio che ciò rappresenti una battuta d’arresto, perché vanificheremmo gli sforzi fatti” – spiega il docente.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti, è tornato di recente sulla necessità di assicurare stabilità nella governance e nei finanziamenti all’innovazione dopo l’orizzonte del Piano.
L’Osservatorio suggerisce di attingere dal “tesoretto” di 800 milioni non spesi dagli enti locali che hanno realizzato i progetti del Pnrr grazie ai voucher di PAdigitale2025, o i fondi strutturali in mano alle regioni (altri 1,5 miliardi).
La parola d’ordine è: “Non sottrarre risorse al digitale”.
“La nostra storica miopia ha generato il ritardo che solo ora stiamo iniziando a colmare. Per continuare su questa strada, il ruolo della Pa sarà sempre più centrale” – aggiunge Gastaldi.
Il target di migrazione di dati e applicativi delle Pa verso il cloud del Polo strategico Nazionale è stato superato con anticipo e quello degli oltre 12 mila enti per il prossimo giugno è alla portata.
“La chiave per il futuro sarà l’impiego dell’IA. Osserviamo un moltiplicarsi di progetti e sperimentazioni” – dice Gastaldi e lo confermano i dati di Agid che vedono una maggioranza di enti aperti all’adozione della tecnologia.
Secondo le stime dell’Osservatorio, il 57% del tempo dei dipendenti pubblici italiani è impiegato in attività automatizzabili tramite l’Intelligenza Artificiale.
“Ma non è un dato da leggere con timore – conclude Gastaldi – Il pubblico impiego è oggi sottodimensionato, occupa solo l’8% della popolazione attiva contro la media europea del 12%. Nei prossimi anni ci saranno 600-700 mila uscite per pensionamento. Al netto della capacità di attrarre i giovani, l’IA sarà fondamentale per supportare chi rimane nel mantenere la capacità di erogare servizi”.
Resta l’avvertenza che, data la potenza dello strumento, “serve un forte lavoro sulla formazione di competenze e ampio spirito critico, diversamente rischiamo di fare danni e ampliare le disuguaglianze territoriali”.
Un invito a tutte le amministrazioni, in particolare quelle 15 Regioni e Province autonome (su 18 analizzate da Osservatorio e Agid) che ancora non hanno elaborato strategie specifiche sul tema.








