La ripresa economica dopo la fase più dura della pandemia di Covid in Italia è stata più rapida rispetto al resto dell’Ue. Nell’ultimo triennio l’economia italiana è cresciuta più della media europea, associando il buon andamento del mercato del lavoro a un lieve miglioramento del quadro di finanza pubblica. Il debito pubblico è diminuito dal 140,5 al 137,3% del Pil mentre l’indebitamento netto si è ridotto di 13,8 miliardi, dall’8,6 al 7,4% del Pil.
L’Istat nel suo rapporto annuale 2024 fotografa un Paese con un’economia reale cresciuta tra il 2019 e il 2023 ad un ritmo più elevato di Germania, Francia e Spagna. Un Paese dove però l’incidenza della povertà assoluta sfiora il 10% tra gli individui, con livelli mai toccati negli ultimi 10 anni. Tra il 2020 e il 2022, ricorda l’Istat, l’erogazione del reddito di cittadinanza – eliminato con la manovra 2022 – aveva permesso di uscire dalla povertà ad un numero compreso tra 404mila e 484mila famiglie.
Non accenna a terminare l’inverno demografico. Nell’ultimo decennio (2012-2023) la popolazione italiana è diminuita di oltre un milione di unità. Hanno subito un intenso declino demografico in prevalenza le regioni del Mezzogiorno (-4,7% la variazione media), a fronte di una perdita complessivamente trascurabile del Centro-Nord (-0,3%). I giovani sono i principali protagonisti del calo demografico. Nel 2023 in Italia c’erano poco più di 10 milioni 330 mila giovani in età 18-34 anni, con una perdita di oltre 3 milioni dal 2002 (-23,9 per cento). Rispetto al picco del 1994, il calo è di circa 5 milioni (-32,3 per cento).
Cresce il tasso di occupazione ma nel contesto di ampie trasformazioni strutturali. Il peso dell’occupazione a tempo parziale è cresciuto quasi ininterrottamente, è aumentata quella femminile e quella delle fasce più anziane. Sul mercato del lavoro però permangono divari retributivi: territoriali, di genere e generazionali. Le retribuzioni reali, associate al debole andamento della produttività, sono aumentate molto lentamente e hanno perso terreno con la recente crescita dell’inflazione. Non solo: più una persona è giovane, più è probabile che abbia difficoltà. La situazione si è invertita alla fine degli anni 2000: la grande recessione ha penalizzato di più le giovani generazioni.
Dalla seconda metà del 2021, come le altre maggiori economie europee, l’Italia si è confrontata con l’ascesa dei prezzi originata dalle materie prime importate, seguita a fine 2022 da un rapido processo di raffreddamento, rafforzatosi nel 2023. L’episodio inflazionistico ha avuto effetti differenziati sulle imprese e, in particolare, sulle famiglie – con le retribuzioni che non hanno tenuto il passo dell’inflazione – riducendo il potere di acquisto soprattutto delle fasce di popolazione meno abbienti.
La performance degli ultimi anni ha fatto seguito a due decenni in cui la struttura dell’economia italiana si è adattata, con fatica, ai cambiamenti del contesto competitivo e all’impatto della transizione digitale.
Il sistema produttivo, la Pubblica Amministrazione e gli individui hanno mostrato progressi significativi nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione, accelerati dalla pandemia.
Permangono però alcune criticità e ritardi, anche nello sviluppo delle competenze digitali.
Negli ultimi 20 anni, analizza Istat, l’Italia ha difeso il proprio posizionamento come paese esportatore, ma la concorrenza delle economie emergenti ha messo in crisi una parte rilevante delle industrie su cui si basava la specializzazione nazionale, che si è gradualmente modificata. D’altra parte, la lentezza nello sviluppo delle attività terziarie intense in conoscenza, oltre che in una debole dinamica delle esportazioni di servizi, si è riflessa in un’accresciuta dipendenza dall’estero.
In questo periodo, rileva l’Istat, la crescita dell’attività economica e della produttività del lavoro sono state particolarmente deboli, rispetto sia all’esperienza storica sia alle altre maggiori economie europee. Il recupero recente dell’attività di investimento, in particolare nella componente immateriale, se sostenuto, potrebbe contribuire nei prossimi anni al miglioramento delle prospettive di crescita del nostro Paese.








