“Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa di massa nel novembre del 2022 l’industria dei robot era apparsa improvvisamente un retaggio della rivoluzione industriale del Novecento.
Superata a destra e a sinistra.
Un’ulteriore riprova della profezia lasciata da Italo Calvino ne Le lezioni americane sulla Leggerezza: il software batterà l’hardware.
Ma in quella lezione c’è anche altro: in ogni caso software e hardware sono come la doppia elica del Dna.
Non puoi sfilare una delle eliche dall’altra”.
Inizia cosi l’analisi di Massimo Sideri dalle colonne del Corriere della Sera, nell’inserto Economia.
“È ciò che sta accadendo anche per la robotica nel pieno di un momento di trasformazione, ma anche di entusiasmo.
Se è vero che la robotica industriale, quella dei bracci robotici legata storicamente a doppia mandata all’industria dell’automotive, è in cerca di un nuovo autore, la robotica androide sta attirando l’interesse degli investitori attratti dalle promesse di ridurre il ponte che sempre c’è stato tra l’androide e il suo cervello.
Da questo punto di vista ne sono una riprova anche i due trend opposti che si intercettano in Italia: la crisi della storica Comau si è manifestata con la cessione da parte del gruppo Stellantis del 59,1% dell’azienda leader nella robotica al fondo statunitense One Equity Partners, perfezionata a fine 2024.
Nonostante l’eccellenza, il calo del fatturato e il futuro occupazionale (sede di Grugliasco) sono stati compromessi ambedue dalla forte esposizione alla crisi dell’automotive e alla crescente dipendenza da strategie estere.
Piccola nota a margine: da notare che nessuna grande azienda italiana si era fatta avanti per intervenire.
Un peccato se si pensa che nella stessa industria la Cina sta invece chiudendo le importazioni proprio per valorizzare la politica industriale un po’ colbertista ma coerente del Made in China in un contesto geopolitico che si va frammentando verso una globalizzazione fredda.
Nel frattempo però, nel 2025, sul versante opposto c’è stato il più importante spin off dell’IIT, con la nascita di G Bionics, robotica androide lanciata anche al recente Ces di Las Vegas.
Chiaro che comunque il grosso del fatturato rimane ora nella robotica industriale, ma di certo la robotica «sociale» che interagisce con l’uomo fuori dalle fabbriche è in prospettiva un campo da presidiare.
Altro indizio importante a dare solidità al concetto di prova del vento che sta cambiando nel settore: nel frattempo, sempre nel 2025, Nvidia ha lanciato una piattaforma di addestramento delle funzioni sociali e spaziali dei robot (come dice Giorgio Metta, direttore scientifico dell’IIT e robotico, il movimento in definitiva è un «linguaggio» e in quanto tale può beneficiare degli algoritmi).
Ne è convinto anche Andrea Montanino, chief economist e direttore per le strategie settoriali e la valutazione d’impatto presso Cassa Depositi e Prestiti: “L’Italia ha l’opportunità di ritagliarsi una posizione di punta nella robotica del futuro, nonostante il forte interesse di giganti asiatici e statunitensi nel settore.
Facendo leva sulle eccellenze ingegneristiche e su una ricerca all’avanguardia, il nostro Paese può guidare lo sviluppo della prossima generazione di robot, capaci di integrare meccanica e intelligenza artificiale, rafforzando sovranità tecnologica e autonomia strategica”.
Montanino è anche presidente del consiglio di amministrazione della stessa IIT.
E la Cdp è stato uno degli investitori di G Bionics, guidata dall’ex IIT Daniele Pucci.
Il report.
La stessa Cdp ha anche prodotto un report per rimettere in ordine i numeri di questa industria in mezzo al guado da cui risultano anche indizi importanti come il sorpasso dell’Italia sul Giappone, storico dominatore del settore, per quanto riguarda l’export.
La fotografia del mercato: Europa e Giappone presidiano il segmento a più alto valore aggiunto della catena del valore (il cosiddetto super assemblaggio dove i robot vengono customizzati e adattati alle varie esigenze); Cina e Stati Uniti controllano le fasi a monte (materie prime e componenti) e il primo miglio dell’assemblaggio.
In un mercato che vale circa 80 miliardi di dollari di scambi (2024), l’Unione Europea è il primo esportatore e il secondo importatore mondiale di robot a uso industriale e professionale.
In questo quadro l’Italia – curioso che non sia molto noto – occupa il secondo posto in Europa dopo la Germania per valore della produzione, installazioni ed export, con un leggero avanzo commerciale.
Come anche nella capacità computazionale dei super computer stiamo ottenendo soddisfazioni non banali nelle classifiche mondiali, anche se queste notizie rimangono un po’ sotto il livello dei radar.
Forse anche per un nostro pregiudizio nei confronti delle nostre stesse capacità nel campo dell’innovazione.
In questo panorama produttivo italiano ci sono 650 imprese specializzate e 12 mila addetti oltre ad un articolato ecosistema della ricerca e dell’innovazione che ci posiziona quarti al mondo per pubblicazioni scientifiche nella robotica avanzata e terzi in Europa per brevetti.
Non è un caso: i Paesi che avevano investito di più nell’automobile sono quelli che avevano potuto sviluppare anche una competenza scientifica (si pensi al Sant’Anna di Pisa, solo per fare un esempio).
Si tratta ora di adattarsi al cambiamento, rendendolo una opportunità di crescita e non un punto di debolezza” conclude Sideri.








